Approfondimenti con Tag: valutazione


16
giu 10

Nuovi trend nella valutazione da parte degli enti d’erogazione

Il 16 giugno Valerie Brockstette, Senior Consultant di FSG Social Impact Advisors ha tenuto un importante seminario sulle più recenti evoluzioni delle modalità di valutazione all’interno della filantropia. In particolare è stata presentata la valutazione anticipatrice che si contraddistingue per essere finalizzata al miglioramento della strategia erogativa delle fondazioni, per avere come obiettivo la conoscenza e non il giudizio sull’operato dei soggetti che hanno ricevuto i contributi e per favorire forme di collaborazione e cooperazione fra diversi soggetti.

Il seminario che si è tenuto via Web e di cui è possibile scaricare la presentazione si è concluso con alcune importanti domande a cui non è stato possibile rispondere in quella sede, ma che è necessario affrontare per stimolare un dibattito fra tutti coloro che, nel nostro Paese, si interessano a questo tema.

Le domande sulle quali speriamo di raccogliere esperienze e suggerimenti sono le seguenti:

1) Esistono esperienze nel nostro Paese di forme di valutazione anticipatrice che possono essere condivise?

2) Quali sono gli aspetti positivi di questa nuova forma di valtuazione?

3) Quali sono gli aspetti problematici e gli ostacoli alla diffusione di questa forma di valutazione?


26
mag 10

Come mai si parla tanto di valutazione e se ne fa così poca?

Secondo lo studio From Insight to Action: New Direction in Foundation Evaluation realizzato da FSG Social Impact Advisors, la ragione deve essere cercata nel fatto che per lungo tempo i responsabili delle fondazioni hanno pensato che l’obiettivo della valutazione fosse quello di assicurare una valida rendicontazione da parte dei beneficiari nei confronti del personale della fondazione e da parte di questi ultimi nei confronti del consiglio d’amministrazione. Alla base di questa convinzione vi è la consapevolezza che tale obiettivo possa essere conseguito non con la semplice analisi dei costi effettivamente sostenuti, ma anche e soprattutto attraverso l’analisi dell’effettivo impatto dei progetti finanziati nel perseguimento degli obiettivi stabiliti.

Questo approccio, che è necessariamente retrospettivo, implica un’analisi su ogni erogazione o iniziativa e tende per sua natura ad essere costoso, lungo e complesso. Non è quindi un caso che il prodotto degli sforzi di valutazione siano di norma dei rapporti di scarsa utilità per le attività della fondazione, in quanto fanno riferimento ad iniziative ormai concluse e che magari non interessano più gli organi dell’ente di erogazione.

Ne consegue che l”attività di valutazione diventa necessariamente rara. Si tratta infatti di un costo che si aggiunge all’erogazione in senso stretto e che porta un valore aggiunto tutto sommato limitato a meno che non ci siano concrete possibilità che il programma possa effettivamente essere replicato da qualche altro soggetto, ipotesi che in realtà si verifica molto raramente. Non ci si può dunque sorprendere se la maggioranza dei consigli d’amministrazione quando sono chiamati a scegliere se destinare le proprie risorse, necessarmente scarse, per finanziare uno studio di valutazione o sostenere un nuovo progetto, preferiscano la seconda opzione.

Secondo quindi Mark Kramer e i suoi colleghi occorre ripensare la pratica valutativa trasformandola in uno strumento per raccogliere la conoscenza e di metterla a disposizione nei tempi e nei modi che possano essere effettivamente utili per prendere decisioni. In altri termini si tratta di sostituire un approccio che sostanzialmente legava la valutazione alla rendicontazione con uno che invece la colleghi più strettamente all’azione.


24
mag 10

Perché valutare?

La valutazione è un’attività di cui molto si discute all’interno della filantropia, ma è anche uno di quelle attività che tutti dicono che sarebbe giusto fare, ma che non sempre viene concretamente realizzata. Al di là dell’approccio un po’ semplicista di chi vorrebbe ottenere dalla valutazione delle indicazioni rigorose e scientifiche su come dovrebbe erogare i propri contributi, è opportuno chiedersi quale possa essere la vera finalità di questa attività.

Molto spesso la valutazione è vissuta come una forma di rendicontazione più approfondita. L’obiettivo è quello di raccogliere informazioni sull’impatto di uno o più contributi. È normale e corretto che chi ha la responsabilità di un ente d’erogazione si chieda cosa sia stato possibile conseguire grazie al proprio intervento, ma bisogna riconoscere come molto spesso queste analisi si trasformano in rapporti che finiscono presto dimenticati in qualche cassetto e sarebbe forse opportuno chiedersi se questo sia il modo migliore di spendere le risorse, spesso ingenti, sia in termini di compensi per i valutatori, ma soprattutto di tempo da parte dei soggetti beneficiari, che tali attività implicano. In altri termini a volte bisognerebbe veramente fare la valutazione della valutazione e chiedersi quale sia il suo reale valore aggiunto.

Un’altra idea che sta alla base delle pratiche valutative è quella che vede negli enti d’erogazione i soggetti che sono in grado di scoprire nuove soluzioni per risolvere specifici problemi sociali, le testano su una scala ridotta con l’obiettivo di dimostrare l’efficacia di tali interventi e quindi lasciano ad altri, di norma al soggetto pubblico, il compito di estendere tali soluzioni ai potenziali beneficiari. In questa prospettiva è evidente l’importanza di una buona valutazione, senza la quale sarebbe impossibile illustrare l’efficacia della soluzione individuata. Bisogna però essere consapevoli di come questo processo raramente riesca a concretizzarsi, soprattutto in un periodo come l’attuale, in cui la crisi dello stato sociale spinge le pubbliche istituzioni a ridurre il proprio intervento. Del resto l’esperienza quotidiana sembra indicare come fra i fattori che influenzano le politiche pubbliche, non sempre la corretta conoscenza delle conseguenze delle diverse alternativa svolge il ruolo che ci si aspetterebbe.

La coscienza di questi limiti sta spingendo un numero crescente di fondazioni a modificare il loro approccio. Ci si domanda sempre di meno quale sia stato l’impatto delle proprie erogazioni, per chiedersi invece cosa si debba fare per aumentare la propria efficacia. La variabile tempo diventa sempre più rilevante. Le informazioni che l’attività valutativa è in grado di generare devono essere semplici e soprattutto devono arrivare ai soggetti interessati quando questi ne hanno bisogno per poter prendere le decisioni di cui sono responsabili. Che importanza può avere sapere dopo cinque anni, quando orami le condizioni socio economiche sono profondamente diverse, se un approccio è stato efficace o meno? Quello di cui i responsabili degli enti d’erogazione hanno bisogno è di sapere quale sia l’approccio che in questo momento può rivelarsi il più adatto.

Il rischio però di questo approccio è necessariamente quello di essere un po’ semplicistico. Ci si deve infatti concentrare su un numero ridotto di indicatori di successo, per organizzare la propria attività in funzione di essi. Ora proprio l’attuale crisi economica ci ricorda i rischi di questa impostazione. Si finisce infatti per studiare per l’esame e non  per imparare la materia e si arriva al paradosso dei manager che ricevono il premio di produzione in quanto hanno conseguito gli obiettivi assegnati, anche se poi, con il loro comportamento, hanno portato al fallimento dell’azienda.

Con questo non si vuole affatto negare l’importanza e la stessa fecondità degli approcci alla valutazione che l’esperienza d’oltre oceano ci può portare. Del resto Assifero organizzerà il 16 giugno un seminario via web proprio per imparare a conoscere queste modalità operative.

Forse però, prima di chiederci cosa e come valutare, sarebbe necessario domandarsi quale sia il fine della filantropia istituzionale. La risposta più comune è quella che vede nella filantropia uno strumento per cambiare il mondo e per cercare di risolvere i problemi dell’umanità cercando di eliminarne le cause alla radice.

Personalmente dubito che questo sia l’approccio più corretto. Non solo perché le risorse di cui dispone la filantropia sono spesso irrisorie, ma anche e soprattutto perché, al di là delle risorse che si è in grado di mobilitare, non possiamo mai illuderci di eliminare il male, la cui fonte non si trova nelle contraddizioni sociali, ma si nasconde nel cuore di ogni persona. La storia delle illusioni del nostro continente degli ultimi due secoli è lì a mostrarcelo.

Per questo personalmente sono convinto che il compito della filantropia non sia quello di risolvere i problemi dell’umanità, ma piuttosto quello di aiutare le persone a testimoniare i valori in cui credono, nella convinzione che i frutti, quando arriveranno, non saranno il fine, ma, più semplicemente, la conseguenza del nostro operare. Questo significa che la valutazione dovrebbe aiutarci a capire se come enti erogatori stiamo effettivamente lavorando a regola d’arte, come gli artigiani di un tempo che spesso rinunciavano a massimizzare il profitto per potersi godere la soddisfazione di chi sa di aver realizzato un lavoro ben fatto.