Approfondimenti con Tag: Gestione


9
gen 11

Non solo bancomat

È diffuso fra gli enti d’erogazione il sentimento di essere trattati come dei semplici bancomat e questo genera una comprensibile frustrazione. D’altro lato però è vero che quando essi stessi devono descriversi, di norma, la prima informazione che forniscono è il volume delle proprie erogazioni. La ragione di questa sorte di schizofrenia nasce probabilmente dal fatto che non è ancora chiaro, neppure all’interno del mondo della filantropia istituzionale, quale effettivamente sia il proprio valore aggiunto e quali siano gli indicatori che possono essere utilizzati per verificarne il suo perseguimento.

Iniziare una riflessione su questi aspetti è fondamentale non solo per mostrare appunto come gli enti d’erogazione non siano dei semplici bancomat, ma anche per evitare che gli effetti delle propri erogazioni si rivelino controproducenti, come purtroppo a volte accade, per imparare a sfruttare al meglio le proprie potenzialità e per capire quale sia il giusto rapporto fra le risorse destinate all’attività erogativa e quelle che, invece, è opportuno gestire direttamente.

In un momento storico molto complesso e delicato, in cui è indispensabile individuare modalità con le quali sostituire uno stato sociale ormai manifestamente inadeguato con una società solidale e sussidiaria gli enti d’erogazione potrebbero essere chiamati a svolgere un ruolo strategico. Se però vogliono cogliere questa opportunità è indispensabile iniziare una riflessione rigorosa su quello che è il vero valore aggiunto che essi possono fornire a quelli che sono i tre principali loro pubblici di riferimento: i donatori, gli enti che ricevono i loro contributi e la società nel suo complesso.

Naturalmente non si parte da zero e sono numerose e qualificate le riflessioni sul ruolo che gli enti d’erogazione possono svolgere, ma non sempre queste analisi si sono trasformate in indicazioni realmente operative e raramente sono stati elaborati indicatori che possano essere utilizzati per mostrare come tale valore aggiunto sia effettivamente stato perseguito e conseguito dall’attività di questi enti.

Per questo Assifero intende stimolare una riflessione che abbia come primo passaggio quello di raccogliere idee e suggerimenti su quale possa essere tale valore aggiunto, nella consapevolezza che esso potrà essere profondamente diverso nelle diverse realtà che fanno parte di questo composito mondo e quindi iniziare una riflessione volta ad individuare sia indicatori adeguati, sia modalità concrete attraverso le quali questi indicatori potranno essere implementati nell’esperienza quotidiana di questi enti.

Ogni contributo, suggerimento, indicazione, anche il meno probabile, sarà quindi ben accetto e analizzato con attenzione al fine di verificarne la sua reale applicabilità.


9
giu 10

Le fondazioni di comunità: i bamboccioni della filantropia istituzionale in Italia?

In Italia, a differenza di quanto è accaduto in altri Paesi, la maggior parte delle fondazioni di comunità è sorta grazie all’intervento di altre fondazioni. È quindi abbastanza comune chiamare queste ultime come mamme, mamme verso le quali dovremo essere sempre riconoscenti data l’importanza di questi investimenti nel favorire la creazione di un’infrastruttura filantropica in grado di contribuire alla crescita non solo morale e civile, ma anche economica e sociale delle nostre comunità.

Esiste però anche il rischio di trasformare le fondazioni di comunità nei bamboccioni della filantropia istituzionale del nostro Paese. Le fondazioni promotrici, da brave mamme italiane, sono attente e premurose nei confronti della loro prole, pronte a coglierne ed anticiparne i bisogni. Certo con questo non si vuole dire che tollerino tutto e in realtà prestano giustamente una particolare attenzione a verificare che le risorse da loro erogate non vengano sprecate o distolte dalle loro finalità, ma non sempre operano con quella severità che è necessaria per garantire quel processo di crescita ed emancipazione che solo potrà trasformare le fondazioni di comunità da figli bisognosi di aiuto, in partner con cui collaborare. Per questo oggi le fondazioni di comunità italiane, più che di mamme hanno forse bisogno di allenatori che, con il loro rigore e la necessaria severità, possano veramente aiutarle a sfruttare al meglio le proprie potenzialità.

Paradossalmente i contributi che vengono erogati attraverso le fondazioni di comunità, se non sono accompagnati da vincoli che impongano a queste ultime degli specifici obiettivi di crescita, rischiano di essere un ostacolo allo sviluppo del settore in quanto possono favorire dei comportamenti passivi e, a volte, finiscono col privarle dei mezzi per resistere a tentativi di strumentalizzazione, sempre possibili quando si distribuiscono fondi per finalità d’utilità sociale.

Chiunque voglia promuovere una fondazione di comunità deve quindi essere consapevole che non basta mettere a disposizione risorse ed assistenza, occorre anche imporre obiettivi con relativi sanzioni e premi. Certo questi obiettivi non devono essere necessariamente calati dall’alto, ma possono essere diversi in funzione delle specifiche priorità e concordati assieme ai responsabili delle singole fondazioni: i consiglieri non partecipano o hanno un atteggiamento strumentale, ebbene si può stabilire che il contributo del promotore sia subordinato al fatto che tutti i consiglieri siano donatori, condizione peraltro comune in molti Paesi; oppure, si vuole favorire la professionalizzazione e l’autonomia gestionale dell’ente, ebbene si può decidere che il contributo in conto gestione sarà subordinato alla capacità delle fondazione locale di raccogliere altrettante risorse per analoga finalità; e così via con il solo limite della propria fantasia.

Naturalmente si possono anche favorire processi di emulazione, diffondendo tempestivamente i dati relativi alle singole fondazioni ed eventualmente premiando i comportamenti più virtuosi, stando naturalmente attenti a non disincentivare quella disponibilità a collaborare e quella volontà di condividere le proprie esperienze che è uno degli aspetti più caratteristici della filantropia di comunità e che ha potuto svilupparsi anche grazie all’assenza di competizione diretta fra le diverse fondazioni.

Le fondazioni di comunità sono il settore in più rapida crescita della filantropia istituzionale nel mondo. L’Italia, grazie al contributo di importanti fondazioni che se ne sono fatte promotrici, sta acquisendo un ruolo di leadership in questo ambito, ma proprio per questo è necessario porsi dei traguardi sempre più ambiziosi ed evitare che, per troppo amore, questi figli diventino dei bamboccioni.


26
mag 10

Come mai si parla tanto di valutazione e se ne fa così poca?

Secondo lo studio From Insight to Action: New Direction in Foundation Evaluation realizzato da FSG Social Impact Advisors, la ragione deve essere cercata nel fatto che per lungo tempo i responsabili delle fondazioni hanno pensato che l’obiettivo della valutazione fosse quello di assicurare una valida rendicontazione da parte dei beneficiari nei confronti del personale della fondazione e da parte di questi ultimi nei confronti del consiglio d’amministrazione. Alla base di questa convinzione vi è la consapevolezza che tale obiettivo possa essere conseguito non con la semplice analisi dei costi effettivamente sostenuti, ma anche e soprattutto attraverso l’analisi dell’effettivo impatto dei progetti finanziati nel perseguimento degli obiettivi stabiliti.

Questo approccio, che è necessariamente retrospettivo, implica un’analisi su ogni erogazione o iniziativa e tende per sua natura ad essere costoso, lungo e complesso. Non è quindi un caso che il prodotto degli sforzi di valutazione siano di norma dei rapporti di scarsa utilità per le attività della fondazione, in quanto fanno riferimento ad iniziative ormai concluse e che magari non interessano più gli organi dell’ente di erogazione.

Ne consegue che l”attività di valutazione diventa necessariamente rara. Si tratta infatti di un costo che si aggiunge all’erogazione in senso stretto e che porta un valore aggiunto tutto sommato limitato a meno che non ci siano concrete possibilità che il programma possa effettivamente essere replicato da qualche altro soggetto, ipotesi che in realtà si verifica molto raramente. Non ci si può dunque sorprendere se la maggioranza dei consigli d’amministrazione quando sono chiamati a scegliere se destinare le proprie risorse, necessarmente scarse, per finanziare uno studio di valutazione o sostenere un nuovo progetto, preferiscano la seconda opzione.

Secondo quindi Mark Kramer e i suoi colleghi occorre ripensare la pratica valutativa trasformandola in uno strumento per raccogliere la conoscenza e di metterla a disposizione nei tempi e nei modi che possano essere effettivamente utili per prendere decisioni. In altri termini si tratta di sostituire un approccio che sostanzialmente legava la valutazione alla rendicontazione con uno che invece la colleghi più strettamente all’azione.


10
mag 10

Costi di gestione ed erogazioni? Alla ricerca del giusto rapporto

Durante l’assemblea di Assifero del 7 maggio ci si è chiesti quale sia la giusta percentuale da dedicare alla copertura dei costi amministrativi. Si tratta di un tema sicuramente rilevante a cui è normale che i responsabili degli enti d’erogazione prestino la dovuta attenzione, ma ci si deve chiedere se, in realtà, in questi termini il quesito non sia mal posto.

La domanda non deve tanto essere quanto posso spendere in costi di gestione, ma qual è il valore aggiunto del mio operare e quindi se i costi ad esso correlati siano ragionevoli o meno. Non è infatti affatto detto che l’economicità sia un indicatore di qualità. Si pensi ad una fondazione di comunità che per non spendere nulla nella propria struttura poi non catalizza pienamente le opportunità presenti nel proprio territorio e quindi raccoglie poco o nulla e chi invece investe 100 per poi ottenere donazioni pari a 1.000. Apparirà a tutti evidente che è la seconda fondazione quella che dovremmo seguire e che i risparmi della prima rischiano di rivelarsi delle vere e proprie perdite.

Ma anche per gli enti che non raccolgono e si limitano ad erogare, la semplice compressione dei costi non è necessariamente la strada maestra. La Fondazione dell’Irlanda del Nord è una fondazione che viene spesso portata come esempio per la qualità dei suoi interventi e per il contributo che sta dando allo sviluppo della propria comunità. Eppure se noi ci limitassimo a guardare i costi di gestione, scopriremmo che essi superano il 40%, cosa che ci dovrebbe far gridare allo scandalo. In realtà la fondazione non si limita ad erogare contributi, ma opera attivamente per aiutare le comunità che non elaborano progetti a superare le loro difficoltà, operazione questa che, in una realtà in cui i gruppi paramilitari sono ancora molto presenti, implica un difficile lavoro di sensibilizzazione e mediazione, un lavoro che impone tempo e risorse umane che vengono così tolte dall’attività erogativa, ma che si trasformano in un importante valore aggiunto per il perseguimento della missione della fondazione stessa.

Non bisogna poi dimenticare come spesso l’obiettivo di un ente d’erogazione trascenda la mera dimensione economica. L’obiettivo di un contributo non dovrebbe limitarsi alla mera realizzazione dell’opera o del servizio in una logica da asta al massimo ribasso, ma dovrebbe promuovere lo sviluppo del capitale sociale e il rafforzamento dei legami comunitari. Un altro ruolo a cui non sempre le fondazioni adempiono in modo adeguato consiste nella loro capacità di raccogliere e formalizzare l’esperienza maturata grazie ai loro contributi, esperienza che troppo spesso rimane confinata nella persona che ha gestito il progetto, che a volte non viene condivisa neppure all’interno dell’ente finanziato e che quasi mai diventa patrimonio comune dell’intero settore. Forse, in una società in cui la conoscenza riveste un ruolo sempre più strategico, sarebbe opportuno chiedersi il valore di tutto questo sapere che viene immancabilmente disperso perché nessuno ha il tempo e le energie per sistematizzarlo e renderlo disponibile a tutti coloro che ne hanno bisogno.

Per cogliere tutte queste opportunità e per svolgere il proprio ruolo gli enti d’erogazione devono investire in loro stessi, acquisire così quelle competenze e quell’esperienza che poi possono realmente mettere al servizio dell’intero privato sociale. Senza questi investimenti essi rischiano invece di trasformarsi in dei veri e propri bancomat, per i quali basta conoscere il corretto codice, ma che alla fine hanno un impatto tutto sommato limitato nello sviluppo della nostra società. È mio personale convincimento che, al momento, sono molto più numerosi gli enti d’erogazione che non investono abbastanza nella propria struttura rispetto a quelli che invece spendono troppo.

Naturalmente con questo non voglio affermare che nel nostro settore non ci sono rischi di sprechi, ma rilevare come non sia attraverso il perseguimento di un dato estrinseco come il rapporto fra i costi di gestione e l’attività erogativa che si imparerà ad utilizzare al meglio le risorse disponibili. Occorre invece chiedersi quale sia il proprio ruolo e quale possa essere il proprio valore aggiunto e quindi, magari anche attraverso momenti di confronti con altri enti analoghi in Italia e nel mondo, stabilire quelli che possono essere standard adeguati, altrimenti si corre il rischio di favorire un livellamento verso il basso con conseguenze negative non solo per la filantropia istituzionale, ma per l’intero privato sociale.


5
mag 10

Gestire un ente d’erogazione: oneri amministrativi e bilancio

Il bene bisogna farlo bene e in una società complessa come la nostra è indispensabile dotarsi degli strumenti necessari per poter operare in modo rigoroso, trasparente e rispettoso delle normative vigenti le quali imponengo un numero crescente di obblighi e oneri amministativi. Troppo spesso però, presi dall’esigenza di perseguire i propri obiettivi statutari e per limitare al massimo i costi operativi, questi aspetti vengono tralasciati o affidati a chi non ha una reale comprensione delle dinamiche specifiche che contraddistinguono l’operare di un ente d’erogazione.

Si tratta di un comportamento che potrebbe avere delle conseguenze molto negative sulla vita dell’ente e sugli stessi amminsitratori i quali potrebbero essere sottoposti a sanzioni anche gravi. E’ quindi importante iniziare una riflessione su questi aspetti, non solo per evitare le possibili conseguenze negative di comportamenti superficiali, ma anche per favorire quella crescita, anche culturale, di cui il mondo della filantropia istituzionale ha sicuramente bisogno.

Se è infatti vero che spesso molte di queste regole appaiono degli inutili bazzelli che servono solo ad ostacolare il corretto adempimento dei propri compiti o a costringere l’agire sociale all’interno di formalismi che finiscono per soffocare le relazioni umane, è altrettanto vero che limitarsi ad ignorare le norme, oltre ad essere rischioso in un Paese in cui anche il mondo del privato sociale inizia ad essere controllato da un numero crescente di soggetti, finisce per favorire il diffondersi di quella cultura dell’illegalità di cui tanto ci lamentiamo.

Per questo è opportuno iniziare una riflessione che da un lato, sfruttanto al massimo le potenzialità dell’informatica ci permetta di adempiere con rapidità ed efficacia gli oneri imposti e, dall’altro, ci permetta di far emergere le incongruenze di una normativa spesso astratta al fine di promuoverne le modifiche che si riveleranno opportune.

Di tutto ciò si discutere durante l’assemblea annuale di Assifero che si terrà venerdì 7 maggio presso la sede della Fondazione di Venezia.