Approfondimenti con Tag: finalità


9
ott 11

IL VALORE AGGIUNTO DELLA FILANTROPIA ISTITUZIONALE

Quando si parla di enti d’erogazione spesso l’unica cosa che viene citata è il valore delle proprie erogazioni. Conseguenza di questo approccio, peraltro diffuso in tutto il mondo, è che diventa estremamente difficile distinguere la filantropia istituzionale da dei bancomat in grado di elargire denaro a tutti coloro che conoscono il codice corretto.

Se questa è l’impostazione comune, non deve stupire se la società nel suo complesso si faccia idee strane sulle potenzialità di questo settore e comunque si limiti a pensare a questa realtà esclusivamente come ente finanziatore e ciò soprattutto in un momento di crisi come l’attuale.

Se non si vogliamo evitare una deriva pericolosa, non solo per gli enti d’erogazione, ma per la società nel suo complesso che, per cercare di accapparrarsi risorse finanziarie tutto sommato limitate, rischia di perdere le opportunità che il mondo della filantropia istituzionale può mettere a disposizione di tutti, è indispensabile iniziare al nostro interno, coinvolgento, se possibile, tutti i soggetti interessati, una riflessione rigorosa su quale sia il vero valore aggiunto del nostro settore.

Da una prima analisi è possibile pensare a sei diverse tipologie di impatto che gli enti d’erogazione possono mettere a disposizione delle nostre comunità, sfruttando al meglio le loro risorse:

  1. dare una rapida risposta alle emergenze e ciò grazie alla flessibilità e la velocità con cui possono allocare le loro risorse;
  2. sostenere ricerche e sperimentazioni, che altri non potrebbero sostenere per i rischi ad esse connesse;
  3. sensibilizzare specifici pubblici di riferimento o anche l’intera opinione pubblica per favorire cambiamenti necessari al bene comune;
  4. catalizzare risorse a favore di iniziative d’utilità sociale provenienti da pluralità di fonti;
  5. favorire la crescita operativa, gestionale, ma anche strategica delle organizzazioni di privato sociale;
  6. creare le condizioni affinché una pluralità di soggetti possano coordinare i loro sforzi, favorendo quelle forme di cooperazione e di collaborazione che oggi non si sviluppano spontaneamente, ma che sono fondamentali per il futuro delle nostre comunità.

Capire come questa lista possa essere integrata e soprattutto definire come questi risultati possano essere effettivamente conseguiti è forse la priorità più importante per la filantropia istituzionale oggi, non solo per evitare di essere trattati come bancomat, ma soprattutto per scongiurare quello che è il rischio più pericoloso per ogni ente d’erogazione, quello cioè di trasformarsi in un mero elemosiniere che si limita a distribuire, più o meno bene, sussidi a chi ne fa richiesta.

Nelle prossime settimane cercheremo, possibilmente con il contributo di tutti i soggetti interessati, di approfondire questi temi, provando ad illustrarne i punti di forza e di debolezza e magari di individuare criteri che possano guidare la nostra azione, affinché non ci si limiti ad astratte affermazioni di principio, ma ci si doti degli strumenti necessari per dare concretezza agli obiettivi che ciascuno deciderà di perseguire.


30
apr 11

STIAMO SBAGLIANDO STRADA?

La riflessione sull’impatto collettivo, a cui Assifero ha recentemente dedicato un seminario di approfondimento, ci costringe a ripensare il ruolo della filantropia istituzionale. Una delle convinzioni più diffuse ed autorevolmente sostenute individua il valore aggiunto che gli enti d’erogazione possono mettere a disposizione della collettività nella loro capacità di sostenere finanziariamente la sperimentazione di nuove soluzioni, mettendole poi a disposizione di tutti ed in particolare delle autorità affinché, quelle che si sono dimostrate particolarmente efficaci, possano essere adeguatamente diffuse. Si tratta di un’ipotesi che fa degli enti d’erogazione il dipartimento di ricerca e sviluppo della società, dando loro un ben specifico ruolo nel mondo moderno.

Fino ad oggi questa impostazione veniva criticata solo in termini pratici. Si faceva infatti notare come, soprattutto con la crisi dello stato sociale, non è facile trovare un ente in grado di mobilitare le risorse necessarie per replicare le iniziative sperimentate, con la conseguenza che molti progetti di valore rischiano di rimanere circoscritti o, addirittura, quando termina il contributo della fondazione, di dover chiudere malgrado gli ottimi risultati conseguiti.

La critica a questa impostazione che è implicita nella riflessione collegata allo sviluppo dell’impatto collettivo, è ben più radicale. Infatti, se si accettano le premesse del modello, bisogna riconoscere che l’approccio sin qui descritto sarebbe destinato al fallimento, non per mere ragioni congiunturali, a cui è sempre possibile sperare di trovare una qualche soluzione, ma perché intrinsecamente inadeguato ad affrontare i problemi sociali.

Alla base di quest’analisi c’è infatti la constatazione che i problemi sociali non sono semplicemente semplici o complicati, per cui basta trovare la giusta ricetta per risolverli, essi invece sono complessi, ossia dipendono da troppe variabili che trascendono coloro che cercano di gestirli e che di fatto impongono di trovare soluzioni che sono necessariamente uniche, specifiche e tendenzialmente non replicabili.

Non si tratta quindi di individuare e quindi replicare le migliori prassi, il che naturalmente non significa che queste non debbano essere studiate, discusse ed analizzate, ma di creare le condizioni affinché le singole persone possano dare il meglio di sé. In pratica, si tratta di riconoscere come, in campo sociale, non sono le funzioni, ma le persone a fare la differenza e siccome ogni persona è necessariamente unica, anche la soluzione deve essere unica. I modelli sono indispensabili fonti d’ispirazione, non ricette da applicare meccanicamente.

Fra l’altro questo concentrarsi sui progetti genera uno stato di perenne competizione fra le singole organizzazioni non profit, le quali finiscono a volte per dar vita a comportamenti che farebbero impallidire i peggiori squali della finanza. Ne consegue quindi che, proprio il settore che più di ogni altro dovrebbe generare fiducia e rispetto reciproco, finisce per produrre cinismo ed avere una funzione disaggregante con conseguenze di cui non dobbiamo sottovalutare la gravità per lo sviluppo della nostra civiltà.

Infine, forse deve essere cercata proprio in questa contraddizione il sostanziale fallimento delle strategie messe in opera dagli enti d’erogazione e dalle stesse amministrazioni pubbliche volte a rafforzare le reti e a creare forme di collaborazioni fra gli enti non profit. Non occorre infatti avere occhi particolarmente attenti ed esperti per capire come, spesso, i progetti di partnership siano in realtà dei veri e propri cartelli elettorali il cui vero obiettivo è raggiungere il quorum, ossia il finanziamento, non certo quello di lavorare insieme.

Penso quindi che, al di là dell’interesse che può suscitare una modalità operativa sicuramente ricca di potenzialità come appunto si sta dimostrando l’impatto collettivo, sia necessario che gli enti d’erogazione  ne approfondiscano il significato profondo delle sue implicazioni teoriche. Si tratta infatti di critiche implicite e probabilmente non volute, ma proprio per questo più profonde e radicali. Non affrontarle potrebbe renderci ciechi davanti alle specificità delle realtà in cui operiamo e spingere il mondo della filantropia istituzionale a concentrare le proprie risorse in modalità operative la cui inefficacia non è frutto di elementi congiunturali, ma intrinseca al modello stesso . Il rischio è che gli enti d’erogazione, invece di essere una risorsa, finiscano per snaturare il privato sociale, impedendogli così di dare il suo fondamentale contributo allo sviluppo di quella società solidale e sussidiaria che è da tutti invocata. Si tratta di un rischio troppo grave perché possa essere sottovalutato, in quanto potrebbe minare la legittimità stessa del nostro mondo e che quindi dobbiamo trovare il tempo di analizzare con la dovuta attenzione.


22
gen 11

SOLO RIDISTRIBUTORI?

È comune pensare che compito della filantropia sia quello di ridistribuire la ricchezza generata da altri. In pratica il ragionamento è il seguente: l’impresa crea ricchezza e poi, per diverse ragioni, siano esse etiche, morali, sociali ecc. decide di destinarne una parte per finalità filantropiche e caritatevoli.

La recente evoluzione della filantropia d’impresa, evoluzione a cui Assifero ha dedicato un seminario nel novembre scorso, ci offre però la possibilità di sottoporre ad analisi critica questo luogo comune.

Sono infatti sempre più numerose le imprese che considerano l’attività filantropica quale uno degli strumenti da loro utilizzati per il perseguimento dei fini aziendali, fini che, come ci insegna la recente crisi economica, non possono identificarsi con la massimizzazione del profitto, ma piuttosto devono essere la produzione di valore in modo sostenibile. Obiettivi questi il cui conseguimento genera di norma profitto, il quale però, proprio per questo, deve essere considerato conseguenza e non fine dell’attività imprenditoriale.

In particolare, l’esperienza di questi ultimi anni indica come le aziende considerano la filantropia una delle modalità più efficaci per attirare, conservare e motivare quelli che, in una società avanzata, sono i fattori produttivi più importanti e strategici per il successo di ogni impresa: le risorse umane.

Se questo fosse vero, e proprio la mentalità pragmatica delle aziende americane che le spinge sempre a sperimentare ciò che funziona è una garanzia che lo sia, ciò avrebbe delle ripercussioni molto rilevanti sulla teoria economica, teoria peraltro i cui limiti si stanno dimostrando sempre più evidenti, oltre che sul modo stesso di operare del privato sociale in generale e della filantropia istituzionale in particolare.

Innanzitutto ciò metterebbe in crisi il modello dell’uomo economico, tutto impegnato nel soddisfare le proprie utilità marginali. Se l’esperienza ci permette di riscoprire l’importanza delle motivazioni morali nello sviluppo dell’attività economica, allora una teoria che queste motivazioni non considera o considera solo in modo marginale, si condanna necessariamente a ignorare una fonte d’energia in grado di moltiplicare la produttività della nostra società, con conseguenze negative enormi, anche in termini di crescita della produttività.

In secondo luogo, tutto ciò mostra come categorie così spesso utilizzate per interpretare il reale, come quelle di egoismo e altruismo, siano in realtà dei ferri spuntati, incapaci di comprendere tutti quei comportamenti, e sono tanti, in cui interesse personale e interesse comune si confondono e in cui sacrificio e gioia sono profondamente legati fra loro. In pratica tutto ciò ci impone la necessità di riscoprire concetti per lungo tempo banditi dalla cultura ufficiale, ma così profondamente radicati nella coscienza di ogni uomo, quali quelli di vero e falso, di giusto e ingiusto, come i soli in grado di descrivere il comportamento umano in termini realmente umani.

Infine, l’approfondimento di queste esperienze potrebbe aiutarci a dimostrare come il privato sociale non debba limitarsi ad essere il palliativo con cui cercare di compensare i fallimenti dello stato e del mercato e non sia neppure solamente il lievito in grado di generare quel capitale sociale di cui sia il libero mercato che le istituzioni democratiche hanno un così evidente e disperato bisogno; esso infatti può rivelarsi un importantissimo catalizzatore capace di liberare le energie presenti in ogni uomo, con conseguenze neppure immaginabili per lo sviluppo della nostra civiltà.

In un momento di profonde difficoltà e di grande sconforto morale, in cui la nostra esistenza sembra priva di speranze e prospettive, il verificare la possibilità di questa prospettiva dovrebbe essere considerato un dovere ineludibile per la filantropia istituzionale, la quale dovrebbe cercare di sfruttare al meglio le proprie potenzialità per rendere consapevole l’intera società di questa opportunità, mettere a disposizione di tutti gli strumenti pratici attraverso i quali vivere concretamente questa dimensione e, nel contempo, ricordare a tutti che condizione perché ciò possa funzionare è il rifiuto di ogni approccio strumentale. Un suo utilizzo strumentale finirebbe infatti necessariamente per inaridire questa fonte inesauribile d’energia, perché trasformerebbe presto l’entusiasmo di chi sa di contribuire a qualcosa di bello nel cinismo di non crede più in niente ed in nessuno.


9
gen 11

Non solo bancomat

È diffuso fra gli enti d’erogazione il sentimento di essere trattati come dei semplici bancomat e questo genera una comprensibile frustrazione. D’altro lato però è vero che quando essi stessi devono descriversi, di norma, la prima informazione che forniscono è il volume delle proprie erogazioni. La ragione di questa sorte di schizofrenia nasce probabilmente dal fatto che non è ancora chiaro, neppure all’interno del mondo della filantropia istituzionale, quale effettivamente sia il proprio valore aggiunto e quali siano gli indicatori che possono essere utilizzati per verificarne il suo perseguimento.

Iniziare una riflessione su questi aspetti è fondamentale non solo per mostrare appunto come gli enti d’erogazione non siano dei semplici bancomat, ma anche per evitare che gli effetti delle propri erogazioni si rivelino controproducenti, come purtroppo a volte accade, per imparare a sfruttare al meglio le proprie potenzialità e per capire quale sia il giusto rapporto fra le risorse destinate all’attività erogativa e quelle che, invece, è opportuno gestire direttamente.

In un momento storico molto complesso e delicato, in cui è indispensabile individuare modalità con le quali sostituire uno stato sociale ormai manifestamente inadeguato con una società solidale e sussidiaria gli enti d’erogazione potrebbero essere chiamati a svolgere un ruolo strategico. Se però vogliono cogliere questa opportunità è indispensabile iniziare una riflessione rigorosa su quello che è il vero valore aggiunto che essi possono fornire a quelli che sono i tre principali loro pubblici di riferimento: i donatori, gli enti che ricevono i loro contributi e la società nel suo complesso.

Naturalmente non si parte da zero e sono numerose e qualificate le riflessioni sul ruolo che gli enti d’erogazione possono svolgere, ma non sempre queste analisi si sono trasformate in indicazioni realmente operative e raramente sono stati elaborati indicatori che possano essere utilizzati per mostrare come tale valore aggiunto sia effettivamente stato perseguito e conseguito dall’attività di questi enti.

Per questo Assifero intende stimolare una riflessione che abbia come primo passaggio quello di raccogliere idee e suggerimenti su quale possa essere tale valore aggiunto, nella consapevolezza che esso potrà essere profondamente diverso nelle diverse realtà che fanno parte di questo composito mondo e quindi iniziare una riflessione volta ad individuare sia indicatori adeguati, sia modalità concrete attraverso le quali questi indicatori potranno essere implementati nell’esperienza quotidiana di questi enti.

Ogni contributo, suggerimento, indicazione, anche il meno probabile, sarà quindi ben accetto e analizzato con attenzione al fine di verificarne la sua reale applicabilità.


16
giu 10

Nuovi trend nella valutazione da parte degli enti d’erogazione

Il 16 giugno Valerie Brockstette, Senior Consultant di FSG Social Impact Advisors ha tenuto un importante seminario sulle più recenti evoluzioni delle modalità di valutazione all’interno della filantropia. In particolare è stata presentata la valutazione anticipatrice che si contraddistingue per essere finalizzata al miglioramento della strategia erogativa delle fondazioni, per avere come obiettivo la conoscenza e non il giudizio sull’operato dei soggetti che hanno ricevuto i contributi e per favorire forme di collaborazione e cooperazione fra diversi soggetti.

Il seminario che si è tenuto via Web e di cui è possibile scaricare la presentazione si è concluso con alcune importanti domande a cui non è stato possibile rispondere in quella sede, ma che è necessario affrontare per stimolare un dibattito fra tutti coloro che, nel nostro Paese, si interessano a questo tema.

Le domande sulle quali speriamo di raccogliere esperienze e suggerimenti sono le seguenti:

1) Esistono esperienze nel nostro Paese di forme di valutazione anticipatrice che possono essere condivise?

2) Quali sono gli aspetti positivi di questa nuova forma di valtuazione?

3) Quali sono gli aspetti problematici e gli ostacoli alla diffusione di questa forma di valutazione?


14
giu 10

Filantropia istituzionale e stato sociale

La crisi attuale impone con urgenza la necessità di trovare alternative allo stato sociale. L’assenza di risorse costringe le amministrazioni pubbliche a guardare con crescente interesse al privato sociale. Spesso si tratta di un approccio strumentale volto ad esternalizzare i costi o ad ottenere risorse da parte dei privati con le quali perseguire le proprie finalità. Un simile approccio rischia però di essere di corto respiro e sono diversi i tentativi di raccolta fondi da parte delle pubbliche amministrazioni che sono falliti. D’altro canto si teme che l’intervento della filantropia istituzionale possa in qualche modo minare la tutela di alcuni diritti. In altre parole si vuole evitare  che la soddisfazione di alcuni diritti dipenda dalla generosità dei singoli. Si diffonde così una sorta di sussidiarietà al contrario per cui è la società che è chiamata ad intervenire per sopperire ai limiti delle pubbliche amministrazioni e non il contrario come sarebbe logico e corretto.

La creazione di una società solidale, se non vuole ridursi ad un mero espediente retorico, implica un profondo mutamento di mentalità. Il compito della pubblica amministrazione deve senz’altro essere quello di garantire i diritti fondamentali, ma non deve essere necessariamente quello di garantirli in prima persona. L a soddisfazione di tali diritti può infatti avvenire in una pluralità di forme, mobilitando il senso di responsabilità, la generosità ed anche gli interessi dei vari attori sociali. Lo Stato deve quindi verificare che tali diritti vengano effettivamente soddisfatti, favorire la mobilitazione delle energie che possano contribuire al perseguimento di tali finalità ed intervenire con risorse proprie, siano esse finanziarie o gestionali solo là dove permangono esigenze che la società e il mercato non sono in grado di soddisfare. In pratica si tratta di comprendere che non è il privato sociale che deve intervenire per rimediare ai fallimenti dello Stato, ma esattamente l’opposto: è la pubblica amministrazione che deve mobilitarsi per compensare i limiti dell’iniziativa sociale dei singoli e dei gruppi.

In quest’ottica la filantropia istituzionale può svolgere un ruolo fondamentale. Essa infatti può mettere i cittadini nelle condizioni di dare il proprio contributo al bene comune. Il suo compito principale diventa dunque quello di aiutare i singoli a realizzare quanto essi desiderano partendo dai loro valori e interessi. In questo modo è possibile massimizzare al massimo la generosità privata senza generare quei fenomeni di strumentalizzazione che finiscono necessariamente per inibire ogni disponibilità al dono. Sarà poi compito delle amministrazioni intervenire a compensare ed integrare quanto la società non è stata in grado di realizzate autonomamente evitando così sprechi ed inutili sovrapposizioni.


9
giu 10

Le fondazioni di comunità: i bamboccioni della filantropia istituzionale in Italia?

In Italia, a differenza di quanto è accaduto in altri Paesi, la maggior parte delle fondazioni di comunità è sorta grazie all’intervento di altre fondazioni. È quindi abbastanza comune chiamare queste ultime come mamme, mamme verso le quali dovremo essere sempre riconoscenti data l’importanza di questi investimenti nel favorire la creazione di un’infrastruttura filantropica in grado di contribuire alla crescita non solo morale e civile, ma anche economica e sociale delle nostre comunità.

Esiste però anche il rischio di trasformare le fondazioni di comunità nei bamboccioni della filantropia istituzionale del nostro Paese. Le fondazioni promotrici, da brave mamme italiane, sono attente e premurose nei confronti della loro prole, pronte a coglierne ed anticiparne i bisogni. Certo con questo non si vuole dire che tollerino tutto e in realtà prestano giustamente una particolare attenzione a verificare che le risorse da loro erogate non vengano sprecate o distolte dalle loro finalità, ma non sempre operano con quella severità che è necessaria per garantire quel processo di crescita ed emancipazione che solo potrà trasformare le fondazioni di comunità da figli bisognosi di aiuto, in partner con cui collaborare. Per questo oggi le fondazioni di comunità italiane, più che di mamme hanno forse bisogno di allenatori che, con il loro rigore e la necessaria severità, possano veramente aiutarle a sfruttare al meglio le proprie potenzialità.

Paradossalmente i contributi che vengono erogati attraverso le fondazioni di comunità, se non sono accompagnati da vincoli che impongano a queste ultime degli specifici obiettivi di crescita, rischiano di essere un ostacolo allo sviluppo del settore in quanto possono favorire dei comportamenti passivi e, a volte, finiscono col privarle dei mezzi per resistere a tentativi di strumentalizzazione, sempre possibili quando si distribuiscono fondi per finalità d’utilità sociale.

Chiunque voglia promuovere una fondazione di comunità deve quindi essere consapevole che non basta mettere a disposizione risorse ed assistenza, occorre anche imporre obiettivi con relativi sanzioni e premi. Certo questi obiettivi non devono essere necessariamente calati dall’alto, ma possono essere diversi in funzione delle specifiche priorità e concordati assieme ai responsabili delle singole fondazioni: i consiglieri non partecipano o hanno un atteggiamento strumentale, ebbene si può stabilire che il contributo del promotore sia subordinato al fatto che tutti i consiglieri siano donatori, condizione peraltro comune in molti Paesi; oppure, si vuole favorire la professionalizzazione e l’autonomia gestionale dell’ente, ebbene si può decidere che il contributo in conto gestione sarà subordinato alla capacità delle fondazione locale di raccogliere altrettante risorse per analoga finalità; e così via con il solo limite della propria fantasia.

Naturalmente si possono anche favorire processi di emulazione, diffondendo tempestivamente i dati relativi alle singole fondazioni ed eventualmente premiando i comportamenti più virtuosi, stando naturalmente attenti a non disincentivare quella disponibilità a collaborare e quella volontà di condividere le proprie esperienze che è uno degli aspetti più caratteristici della filantropia di comunità e che ha potuto svilupparsi anche grazie all’assenza di competizione diretta fra le diverse fondazioni.

Le fondazioni di comunità sono il settore in più rapida crescita della filantropia istituzionale nel mondo. L’Italia, grazie al contributo di importanti fondazioni che se ne sono fatte promotrici, sta acquisendo un ruolo di leadership in questo ambito, ma proprio per questo è necessario porsi dei traguardi sempre più ambiziosi ed evitare che, per troppo amore, questi figli diventino dei bamboccioni.


1
giu 10

Quale ruolo per le fondazioni in tempo di crisi?

In tempo di crisi e di tagli dei trasferimenti pubblici si assiste ad un crescente interesse da parte degli enti pubblici per le fondazioni e gli enti filantropici in genere. È evidente che questo interesse nasconde l’esigenza di trovare delle risorse con cui tentare di compensare i tagli nei trasferimenti pubblici. Si tratta di un comportamento comune ed è interessante notare come uno degli obiettivi dei Ministeri stia diventando proprio quella di individuare forme per mobilitare risorse private per il perseguimento di finalità d’utilità sociale. La filantropia, dopo essere stata per secoli abbandonata a se stessa, sta diventando una priorità per i nostri governi.

Questo nuovo interesse nasconde sicuramente numerose insidie, ma apre anche prospettive molto interessanti per la filantropia istituzionale e può porre le basi per la creazione di quella welfare society che i più riconoscono come l’unica alternativa possibile alla crisi dello stato sociale.

Ora che le istituzioni sono costrette a cercare la collaborazione con la società civile è necessario cogliere quest’occasione per illustrare loro le potenzialità, ma anche i limiti dei contributi privati per finalità d’utilità sociale e nel contempo mettere al servizio della collettività gli strumenti che la filantropia istituzionale ha saputo sviluppare in questi, ricordando però nel contempo come un utilizzo troppo strumentale degli stessi, rischia di ridurre drasticamente la loro efficacia.

Non si tratta infatti di aiutare le pubbliche amministrazioni a fare fund-raising per finanziare le proprie iniziative, ma nell’aiutarle a vivere veramente la sussidiarietà, intervenendo là dove la comunità non riesce autonomamente ad arrivare. Troppo spesso invece si assiste ad una vera e propria inversione della sussidiarietà e si chiede alla società civile in generale e agli enti d’erogazione in particolare, di intervenire per integrare quello che la pubblica amministrazione non riesce a fare.

Compito della filantropia istituzionale è dunque quello di combattere questa impostazione strumentale, facendo capire che un simile approccio non è solo sbagliato moralmente, ma se dovesse essere implementato, finirebbe necessariamente per rivelarsi sterile. La filantropia è il modo con il quale il dono si organizza e si struttura, ma il dono per essere tale deve essere libero e ogni tentativo di strumentalizzarlo necessariamente lo uccide.


24
mag 10

Perché valutare?

La valutazione è un’attività di cui molto si discute all’interno della filantropia, ma è anche uno di quelle attività che tutti dicono che sarebbe giusto fare, ma che non sempre viene concretamente realizzata. Al di là dell’approccio un po’ semplicista di chi vorrebbe ottenere dalla valutazione delle indicazioni rigorose e scientifiche su come dovrebbe erogare i propri contributi, è opportuno chiedersi quale possa essere la vera finalità di questa attività.

Molto spesso la valutazione è vissuta come una forma di rendicontazione più approfondita. L’obiettivo è quello di raccogliere informazioni sull’impatto di uno o più contributi. È normale e corretto che chi ha la responsabilità di un ente d’erogazione si chieda cosa sia stato possibile conseguire grazie al proprio intervento, ma bisogna riconoscere come molto spesso queste analisi si trasformano in rapporti che finiscono presto dimenticati in qualche cassetto e sarebbe forse opportuno chiedersi se questo sia il modo migliore di spendere le risorse, spesso ingenti, sia in termini di compensi per i valutatori, ma soprattutto di tempo da parte dei soggetti beneficiari, che tali attività implicano. In altri termini a volte bisognerebbe veramente fare la valutazione della valutazione e chiedersi quale sia il suo reale valore aggiunto.

Un’altra idea che sta alla base delle pratiche valutative è quella che vede negli enti d’erogazione i soggetti che sono in grado di scoprire nuove soluzioni per risolvere specifici problemi sociali, le testano su una scala ridotta con l’obiettivo di dimostrare l’efficacia di tali interventi e quindi lasciano ad altri, di norma al soggetto pubblico, il compito di estendere tali soluzioni ai potenziali beneficiari. In questa prospettiva è evidente l’importanza di una buona valutazione, senza la quale sarebbe impossibile illustrare l’efficacia della soluzione individuata. Bisogna però essere consapevoli di come questo processo raramente riesca a concretizzarsi, soprattutto in un periodo come l’attuale, in cui la crisi dello stato sociale spinge le pubbliche istituzioni a ridurre il proprio intervento. Del resto l’esperienza quotidiana sembra indicare come fra i fattori che influenzano le politiche pubbliche, non sempre la corretta conoscenza delle conseguenze delle diverse alternativa svolge il ruolo che ci si aspetterebbe.

La coscienza di questi limiti sta spingendo un numero crescente di fondazioni a modificare il loro approccio. Ci si domanda sempre di meno quale sia stato l’impatto delle proprie erogazioni, per chiedersi invece cosa si debba fare per aumentare la propria efficacia. La variabile tempo diventa sempre più rilevante. Le informazioni che l’attività valutativa è in grado di generare devono essere semplici e soprattutto devono arrivare ai soggetti interessati quando questi ne hanno bisogno per poter prendere le decisioni di cui sono responsabili. Che importanza può avere sapere dopo cinque anni, quando orami le condizioni socio economiche sono profondamente diverse, se un approccio è stato efficace o meno? Quello di cui i responsabili degli enti d’erogazione hanno bisogno è di sapere quale sia l’approccio che in questo momento può rivelarsi il più adatto.

Il rischio però di questo approccio è necessariamente quello di essere un po’ semplicistico. Ci si deve infatti concentrare su un numero ridotto di indicatori di successo, per organizzare la propria attività in funzione di essi. Ora proprio l’attuale crisi economica ci ricorda i rischi di questa impostazione. Si finisce infatti per studiare per l’esame e non  per imparare la materia e si arriva al paradosso dei manager che ricevono il premio di produzione in quanto hanno conseguito gli obiettivi assegnati, anche se poi, con il loro comportamento, hanno portato al fallimento dell’azienda.

Con questo non si vuole affatto negare l’importanza e la stessa fecondità degli approcci alla valutazione che l’esperienza d’oltre oceano ci può portare. Del resto Assifero organizzerà il 16 giugno un seminario via web proprio per imparare a conoscere queste modalità operative.

Forse però, prima di chiederci cosa e come valutare, sarebbe necessario domandarsi quale sia il fine della filantropia istituzionale. La risposta più comune è quella che vede nella filantropia uno strumento per cambiare il mondo e per cercare di risolvere i problemi dell’umanità cercando di eliminarne le cause alla radice.

Personalmente dubito che questo sia l’approccio più corretto. Non solo perché le risorse di cui dispone la filantropia sono spesso irrisorie, ma anche e soprattutto perché, al di là delle risorse che si è in grado di mobilitare, non possiamo mai illuderci di eliminare il male, la cui fonte non si trova nelle contraddizioni sociali, ma si nasconde nel cuore di ogni persona. La storia delle illusioni del nostro continente degli ultimi due secoli è lì a mostrarcelo.

Per questo personalmente sono convinto che il compito della filantropia non sia quello di risolvere i problemi dell’umanità, ma piuttosto quello di aiutare le persone a testimoniare i valori in cui credono, nella convinzione che i frutti, quando arriveranno, non saranno il fine, ma, più semplicemente, la conseguenza del nostro operare. Questo significa che la valutazione dovrebbe aiutarci a capire se come enti erogatori stiamo effettivamente lavorando a regola d’arte, come gli artigiani di un tempo che spesso rinunciavano a massimizzare il profitto per potersi godere la soddisfazione di chi sa di aver realizzato un lavoro ben fatto.