Steven Mayer, un valutatore che ha a lu
ngo lavorato con le fondazioni di comunità, ha pubblicato nel suo blog un articolo in cui indica gli obiettivi che dovrebbero essere presenti in ogni erogazione.
Ripercorrendo la propria esperienza, egli ricorca come, secondo Stephen D. Mittenthal, già presidente della Fondazione di Comunità dell’Arizona, ogni buona erogazione dovrebbe perseguire questi due obiettivi:
- Dovrebbe permettere all’ente beneficiario di erogare qualcosa di valido per le realtà che è chiamato a servire o per i propri pubblici di riferimento;
- Dovrebbe permettere all’ente beneficiario di rafforzarsi, così che possa svolgere nel futuro il proprio lavoro in modo più economico, efficiente ed efficace.
Questo risultato non è perseguibile automaticamente, ma di norma necessita un confronto fra l’ente d’erogazione e l’ente beneficiario ancor prima che venga richiesto il contributo.
Limitarsi a sostenere un singole progetto di norma non permette all’ente di crescere e di sviluppare le proprie radici: i soldi semplicemente passano attraverso l’ente, senza rafforzare le capacità dell’ente così da permettergli di meglio operare nel futuro.
D’altro canto il concentrarsi solo sulle capacità dell’ente, non solo è politicamente più difficile in quanto può impedire di vedere l’impatto del proprio contributo, ma rischia di dar vita a strategie astratte in cui l’ente finisce per trasformarsi in un fine in se stesso e non in un mezzo per perseguire la propria missione.
Questo significa che, accanto alla richiesta di informazioni sull’impatto che il contributo arrecherà nel perseguire gli obiettivi sociali, bisognerebbe inserire alcune domande sull’impatto che esso avrà sulla vita dell’ente richiedente e su come esso l’aiuterà a crescere, anche al fine di evitare il rischio che il contributo assegnato finisca per avere effetti negativi sulla stessa sostenibilità futura dell’organizzazione.
Si tratta di un aspetto particolarmente importante, soprattutto in questo momento storico, caratterizzato da una ricerca sempre più disperata di finanziamenti, la quale potrebbe spingere gli enti non profit a richiedere contributi, anche a scapito della loro identità con conseguenze molto negative nel medio e nel lungo periodo.
A conclusione, ci si potrebbe però anche chiedere, se, soprattutto in una società che, come la nostra, sta cercando vie per superare la crisi dello stato sociale, non sia opportuno integrare tale principio con un ulteriore elemento e quindi domandarsi se il contributo, oltre ad offrire un servizio valido e a favorire la crescita dell’ente, non debba anche mirare ad incrementare quel patrimonio di relazioni, fiducia, dono reciproco, senza il quale, la nostra società rischia di implodere su se stessa.













