Approfondimenti con Tag: enti pubblici


17
ott 10

Il ruolo della filantropia istituzionale: welfare state e privato sociale

Davanti alla difficoltà che contraddistinguono lo stato sociale, sono in molti a considerare indispensabile lo sviluppo di una società solidale e sussidiaria.

Spesso ciò si traduce nel cercare nelle organizzazioni della società civile delle realtà che possano in qualche modo supplire alle deficienze delle pubbliche amministrazioni, obiettivo che si spera di raggiungere grazie alla loro capacità di mobilitare risorse aggiuntive e ad una flessibilità che permette loro di dare una risposta a bisogni che altrimenti rimarrebbero inevasi. In questa prospettiva il ruolo della filantropia istituzionale dovrebbe essere quella di sviluppare le capacità operative degli enti del terzo settore così da aiutarli ad aumentare la loro efficienza ed efficacia.

I bisogni sono tanti e in aumento, le risorse sono poche e bisogna quindi imparare a fare di più con meno, questa è la logica stringente che sembra legittimare questo approccio, peraltro dominante, che però implica una radicale inversione del principio di sussidiarietà, il quale stabilisce come sia lo stato a dover intervenire là dove la società non ce la fa e non il contrario, come invece questa prospettiva di fatto stabilisce.

Bisogna poi chiedersi se una strategia che si limitasse rafforzare la capacità di erogare servizi, non finisca per snaturare questo mondo, trasformandolo in un settore parapubblico che si sviluppa in quanto è in grado di risparmiare sul costo del lavoro, permettendo così agli enti locali di esternalizzare servizi. È infatti evidente come una simile involuzione rischia, non solo di avere un effetto devastante sul privato sociale, ma anche di allontanare da questa esperienza coloro che si avvicinano ad essa mossi dal desiderio di donare. Nessuno infatti, e tanto meno un donatore, vuole essere strumentalizzato, ma, in una simile prospettiva, diventerebbe difficile evitare l’impressione che proprio di strumentalizzazione si sta parlando.

È poi necessario chiedersi se i servizi che il privato sociale genera debbano essere considerati il fine di queste organizzazioni o piuttosto una conseguenza, certo importantissima, ma pur sempre una conseguenza di un agire il cui fine debba essere cercato in una funzione sociale che li trascende: permettere ai cittadini di contribuire concretamente alla definizione e realizzazione del bene comune. La crisi attuale delle istituzioni mostra infatti come la democrazia non possa fondarsi su una società fatta di elettori/contribuenti, ma ha un disperato bisogno di persone che, senza necessariamente impegnarsi nei partiti politici, possa dare il proprio contributo alla gestione della cosa pubblica e queste persone, per poter operare hanno, soprattutto in una società complessa come la nostra, bisogno di formazioni sociali, senza le quali non potrebbe che sentirsi impotente per poi rifugiarsi nel proprio particulare.

Se queste intuizioni fossero esatte, un approccio tutto volto ad aumentare l’efficacia e l’efficienza delle non profit, rischierebbe non solo di essere miope, in quanto non potrebbe che allontanare le persone migliori, ma finirebbe per privare la nostra collettività del contributo più importante che il privato sociale può offrirci, ossia una modalità per essere dei veri cittadini.

È necessario che il mondo della filantropia istituzionale si interroghi su questi aspetti se non vuole rendersi complice di un processo che ha già generato importanti fenomeni degenerativi. Il concentrarsi su progetti, invece che sulla missione dell’organizzazione che riceve i contributi, e il focalizzare gli indicatori di successo sul numero e la qualità dei servizi erogati, rischiano infatti di avere, nel lungo periodo, delle conseguenze molto negative per il privato sociale. In altre parole ci si deve chiedere se il ruolo della filantropia istituzionale non debba essere, da un lato, quello di cercare di proteggere il privato sociale dai tentativi di strumentalizzazione e, dall’altro, di evitare che, la pur necessaria introduzione di modalità volte a favorire la crescita delle capacità gestionali degli enti, avvenga a scapito della dignità delle persone che vi operano, nella consapevolezza che solo il rispetto di questa dimensione può garantire la loro sostenibilità e porre le basi di quella società solidale e sussidiaria di cui tutti sentono il bisogno.


17
lug 10

Sussidiarietà o strumentalizzazione

La crisi finanziaria spinge un numero crescente di amministrazioni a guardare con attenzione al terzo settore in generale e al mondo della filantropia in particolare. A volte si ha l’impressione che questa ricerca di collaborazione sia strumentale: davanti alla ristrettezze di bilancio si cerca qualcuno che possa mobilitare quelle risorse di cui l’ente pubblico non dispone più, generando così una sorta di parastato con cui si cerca di offrire quei servizi di cui la collettività ha un sempre crescente bisogno. Una simile evoluzione, o forse sarebbe più opportuno chiamare involuzione, è estremamente pericolosa per il privato sociale che rischia così di perdere la propria identità e di trasformarsi in un mero erogatore di servizi a costi e garanzie più bassi.

D’altro canto questo rinnovato interesse da parte delle istituzioni per il terzo settore è un grande opportunità per promuovere concretamente quella sussidiarietà di cui tutti parlano, ma che ancora non si è espressa compiutamente. È quindi molto importante iniziare a riflettere sulle modalità che è opportuno sviluppare per evitare che la collaborazione si trasformi in strumentalizzazione.

Gli enti d’erogazione possono svolgere un ruolo fondamentale nello sviluppo di questa riflessione. Mentre la maggior parte degli enti senza finalità di lucro, avendo spesso risorse estremamente limitate ed essendo perciò in disperata ricerca di finanziamenti, non sempre è in grado di resistere alle pressioni di chi in qualche modo stringe i cordoni della borsa, gli enti d’erogazione sono finanziariamente indipendenti e quindi possono sedersi al tavolo con le istituzioni da una posizione di forza, il che naturalmente non deve spingerli ad essere arroganti o a pretendere di conoscere la soluzione ai problemi meglio di coloro che li vivono quotidianamente sulla loro pelle, malattia questa che è purtroppo abbastanza diffusa fra i soggetti grant-making.

La domanda che gli enti d’erogazione dovrebbero porre ai funzionari pubblici, ma anche e soprattutto a se stessi, al momento di stipulare una partnership con le amministrazioni siano esse locali o nazionali, dovrebbe, a mio avviso, essere la seguente: come questo progetto, al di là dell’impatto che potrà avere nel risolvere un particolare problema, contribuisce al rafforzamento della società civile e alla concreta affermazione dei principi di sussidiarietà, principi peraltro costituzionalmente garantiti? Si tratta, in altri termini, di chiedersi se nel progetto il ruolo delle istituzioni e degli stessi enti d’erogazione è quello di aiutare i cittadini a realizzare ciò che essi ritengono giusto o se invece l’iniziativa cerca di sfruttare le energie che la comunità è in grado di mobilitare per conseguire i propri obiettivi. Ossia è la comunità al servizio delle istituzioni, come oggi troppo spesso accade, o sono piuttosto quest’ultime a servizio della comunità?

Oggi la vera sfida per tutti coloro che vogliono perseguire il bene comune non deve, a mio avviso, essere cercata nel trovare soluzioni concrete per i tanti problemi che affliggono la nostra società, ma piuttosto nel rafforzare quel capitale di civiltà che è presente in ogni persona degna di questo nome e che si manifesta poi concretamente nella capacità di migliorare realmente e quotidianamente la vita delle nostre comunità.

Cosa gli enti d’erogazione debbano fare per operare in questa direzione non è semplice da dirsi, ma certo un approccio basato esclusivamente sugli output e gli outcome rischia di non portarci molto lontano. Proprio come la massimizzazione del profitto ad ogni costo ha finito col generare una delle più gravi crisi economiche della storia, così è necessario promuovere una riflessione che permetta di riconoscere come i risultati misurabili dell’attività erogativa non sono il fine, ma solo una necessaria condizione di quello che dovrebbe esserne l’obiettivo ultimo, ossia la promozione della dignità della persona umana, promozione che, a causa della natura infinta del suo oggetto, non potrà mai essere ridotta ad una matrice, indipendentemente dal grado di sofisticazione e di complessità di quest’ultima.


14
giu 10

Filantropia istituzionale e stato sociale

La crisi attuale impone con urgenza la necessità di trovare alternative allo stato sociale. L’assenza di risorse costringe le amministrazioni pubbliche a guardare con crescente interesse al privato sociale. Spesso si tratta di un approccio strumentale volto ad esternalizzare i costi o ad ottenere risorse da parte dei privati con le quali perseguire le proprie finalità. Un simile approccio rischia però di essere di corto respiro e sono diversi i tentativi di raccolta fondi da parte delle pubbliche amministrazioni che sono falliti. D’altro canto si teme che l’intervento della filantropia istituzionale possa in qualche modo minare la tutela di alcuni diritti. In altre parole si vuole evitare  che la soddisfazione di alcuni diritti dipenda dalla generosità dei singoli. Si diffonde così una sorta di sussidiarietà al contrario per cui è la società che è chiamata ad intervenire per sopperire ai limiti delle pubbliche amministrazioni e non il contrario come sarebbe logico e corretto.

La creazione di una società solidale, se non vuole ridursi ad un mero espediente retorico, implica un profondo mutamento di mentalità. Il compito della pubblica amministrazione deve senz’altro essere quello di garantire i diritti fondamentali, ma non deve essere necessariamente quello di garantirli in prima persona. L a soddisfazione di tali diritti può infatti avvenire in una pluralità di forme, mobilitando il senso di responsabilità, la generosità ed anche gli interessi dei vari attori sociali. Lo Stato deve quindi verificare che tali diritti vengano effettivamente soddisfatti, favorire la mobilitazione delle energie che possano contribuire al perseguimento di tali finalità ed intervenire con risorse proprie, siano esse finanziarie o gestionali solo là dove permangono esigenze che la società e il mercato non sono in grado di soddisfare. In pratica si tratta di comprendere che non è il privato sociale che deve intervenire per rimediare ai fallimenti dello Stato, ma esattamente l’opposto: è la pubblica amministrazione che deve mobilitarsi per compensare i limiti dell’iniziativa sociale dei singoli e dei gruppi.

In quest’ottica la filantropia istituzionale può svolgere un ruolo fondamentale. Essa infatti può mettere i cittadini nelle condizioni di dare il proprio contributo al bene comune. Il suo compito principale diventa dunque quello di aiutare i singoli a realizzare quanto essi desiderano partendo dai loro valori e interessi. In questo modo è possibile massimizzare al massimo la generosità privata senza generare quei fenomeni di strumentalizzazione che finiscono necessariamente per inibire ogni disponibilità al dono. Sarà poi compito delle amministrazioni intervenire a compensare ed integrare quanto la società non è stata in grado di realizzate autonomamente evitando così sprechi ed inutili sovrapposizioni.


1
giu 10

Quale ruolo per le fondazioni in tempo di crisi?

In tempo di crisi e di tagli dei trasferimenti pubblici si assiste ad un crescente interesse da parte degli enti pubblici per le fondazioni e gli enti filantropici in genere. È evidente che questo interesse nasconde l’esigenza di trovare delle risorse con cui tentare di compensare i tagli nei trasferimenti pubblici. Si tratta di un comportamento comune ed è interessante notare come uno degli obiettivi dei Ministeri stia diventando proprio quella di individuare forme per mobilitare risorse private per il perseguimento di finalità d’utilità sociale. La filantropia, dopo essere stata per secoli abbandonata a se stessa, sta diventando una priorità per i nostri governi.

Questo nuovo interesse nasconde sicuramente numerose insidie, ma apre anche prospettive molto interessanti per la filantropia istituzionale e può porre le basi per la creazione di quella welfare society che i più riconoscono come l’unica alternativa possibile alla crisi dello stato sociale.

Ora che le istituzioni sono costrette a cercare la collaborazione con la società civile è necessario cogliere quest’occasione per illustrare loro le potenzialità, ma anche i limiti dei contributi privati per finalità d’utilità sociale e nel contempo mettere al servizio della collettività gli strumenti che la filantropia istituzionale ha saputo sviluppare in questi, ricordando però nel contempo come un utilizzo troppo strumentale degli stessi, rischia di ridurre drasticamente la loro efficacia.

Non si tratta infatti di aiutare le pubbliche amministrazioni a fare fund-raising per finanziare le proprie iniziative, ma nell’aiutarle a vivere veramente la sussidiarietà, intervenendo là dove la comunità non riesce autonomamente ad arrivare. Troppo spesso invece si assiste ad una vera e propria inversione della sussidiarietà e si chiede alla società civile in generale e agli enti d’erogazione in particolare, di intervenire per integrare quello che la pubblica amministrazione non riesce a fare.

Compito della filantropia istituzionale è dunque quello di combattere questa impostazione strumentale, facendo capire che un simile approccio non è solo sbagliato moralmente, ma se dovesse essere implementato, finirebbe necessariamente per rivelarsi sterile. La filantropia è il modo con il quale il dono si organizza e si struttura, ma il dono per essere tale deve essere libero e ogni tentativo di strumentalizzarlo necessariamente lo uccide.