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9
ott 11

IL VALORE AGGIUNTO DELLA FILANTROPIA ISTITUZIONALE

Quando si parla di enti d’erogazione spesso l’unica cosa che viene citata è il valore delle proprie erogazioni. Conseguenza di questo approccio, peraltro diffuso in tutto il mondo, è che diventa estremamente difficile distinguere la filantropia istituzionale da dei bancomat in grado di elargire denaro a tutti coloro che conoscono il codice corretto.

Se questa è l’impostazione comune, non deve stupire se la società nel suo complesso si faccia idee strane sulle potenzialità di questo settore e comunque si limiti a pensare a questa realtà esclusivamente come ente finanziatore e ciò soprattutto in un momento di crisi come l’attuale.

Se non si vogliamo evitare una deriva pericolosa, non solo per gli enti d’erogazione, ma per la società nel suo complesso che, per cercare di accapparrarsi risorse finanziarie tutto sommato limitate, rischia di perdere le opportunità che il mondo della filantropia istituzionale può mettere a disposizione di tutti, è indispensabile iniziare al nostro interno, coinvolgento, se possibile, tutti i soggetti interessati, una riflessione rigorosa su quale sia il vero valore aggiunto del nostro settore.

Da una prima analisi è possibile pensare a sei diverse tipologie di impatto che gli enti d’erogazione possono mettere a disposizione delle nostre comunità, sfruttando al meglio le loro risorse:

  1. dare una rapida risposta alle emergenze e ciò grazie alla flessibilità e la velocità con cui possono allocare le loro risorse;
  2. sostenere ricerche e sperimentazioni, che altri non potrebbero sostenere per i rischi ad esse connesse;
  3. sensibilizzare specifici pubblici di riferimento o anche l’intera opinione pubblica per favorire cambiamenti necessari al bene comune;
  4. catalizzare risorse a favore di iniziative d’utilità sociale provenienti da pluralità di fonti;
  5. favorire la crescita operativa, gestionale, ma anche strategica delle organizzazioni di privato sociale;
  6. creare le condizioni affinché una pluralità di soggetti possano coordinare i loro sforzi, favorendo quelle forme di cooperazione e di collaborazione che oggi non si sviluppano spontaneamente, ma che sono fondamentali per il futuro delle nostre comunità.

Capire come questa lista possa essere integrata e soprattutto definire come questi risultati possano essere effettivamente conseguiti è forse la priorità più importante per la filantropia istituzionale oggi, non solo per evitare di essere trattati come bancomat, ma soprattutto per scongiurare quello che è il rischio più pericoloso per ogni ente d’erogazione, quello cioè di trasformarsi in un mero elemosiniere che si limita a distribuire, più o meno bene, sussidi a chi ne fa richiesta.

Nelle prossime settimane cercheremo, possibilmente con il contributo di tutti i soggetti interessati, di approfondire questi temi, provando ad illustrarne i punti di forza e di debolezza e magari di individuare criteri che possano guidare la nostra azione, affinché non ci si limiti ad astratte affermazioni di principio, ma ci si doti degli strumenti necessari per dare concretezza agli obiettivi che ciascuno deciderà di perseguire.


9
gen 11

Non solo bancomat

È diffuso fra gli enti d’erogazione il sentimento di essere trattati come dei semplici bancomat e questo genera una comprensibile frustrazione. D’altro lato però è vero che quando essi stessi devono descriversi, di norma, la prima informazione che forniscono è il volume delle proprie erogazioni. La ragione di questa sorte di schizofrenia nasce probabilmente dal fatto che non è ancora chiaro, neppure all’interno del mondo della filantropia istituzionale, quale effettivamente sia il proprio valore aggiunto e quali siano gli indicatori che possono essere utilizzati per verificarne il suo perseguimento.

Iniziare una riflessione su questi aspetti è fondamentale non solo per mostrare appunto come gli enti d’erogazione non siano dei semplici bancomat, ma anche per evitare che gli effetti delle propri erogazioni si rivelino controproducenti, come purtroppo a volte accade, per imparare a sfruttare al meglio le proprie potenzialità e per capire quale sia il giusto rapporto fra le risorse destinate all’attività erogativa e quelle che, invece, è opportuno gestire direttamente.

In un momento storico molto complesso e delicato, in cui è indispensabile individuare modalità con le quali sostituire uno stato sociale ormai manifestamente inadeguato con una società solidale e sussidiaria gli enti d’erogazione potrebbero essere chiamati a svolgere un ruolo strategico. Se però vogliono cogliere questa opportunità è indispensabile iniziare una riflessione rigorosa su quello che è il vero valore aggiunto che essi possono fornire a quelli che sono i tre principali loro pubblici di riferimento: i donatori, gli enti che ricevono i loro contributi e la società nel suo complesso.

Naturalmente non si parte da zero e sono numerose e qualificate le riflessioni sul ruolo che gli enti d’erogazione possono svolgere, ma non sempre queste analisi si sono trasformate in indicazioni realmente operative e raramente sono stati elaborati indicatori che possano essere utilizzati per mostrare come tale valore aggiunto sia effettivamente stato perseguito e conseguito dall’attività di questi enti.

Per questo Assifero intende stimolare una riflessione che abbia come primo passaggio quello di raccogliere idee e suggerimenti su quale possa essere tale valore aggiunto, nella consapevolezza che esso potrà essere profondamente diverso nelle diverse realtà che fanno parte di questo composito mondo e quindi iniziare una riflessione volta ad individuare sia indicatori adeguati, sia modalità concrete attraverso le quali questi indicatori potranno essere implementati nell’esperienza quotidiana di questi enti.

Ogni contributo, suggerimento, indicazione, anche il meno probabile, sarà quindi ben accetto e analizzato con attenzione al fine di verificarne la sua reale applicabilità.


17
mag 10

Che cosa sono gli enti d’erogazione?

È questo un tema particolarmente complesso e delicato, non solo perché ci permette di definire la nostra identità, ma anche perché ci serve a stabilire quale debba essere la nostra base associativa. Il fondamento di Assifero non deve essere cercato in una nozione giuridica, in un’origine origine comune e neppure in delle finalità condivise. I nostri soci sono molto diversi: vi è chi è una fondazione e chi non lo è, chi ha un patrimonio e chi non ce l’ha, chi è onlus e chi un semplice ente non commerciale, chi raccoglie donazioni e chi si limita ad erogare delle rendite.

Ciò che li unisce è che si tratta di enti d’erogazione, ma appunto cosa significa essere enti d’erogazione. In un primo tempo la risposta appariva semplice: enti d’erogazione sono enti che perseguono la loro missione erogando contributi in denaro a soggetti terzi. Ben presto però ci siamo accorti che vi erano realtà che invece di erogare denaro, erogano beni e servizi e ci si è resi conto che era difficile non considerarli enti d’erogazione. Ma allora come distinguere gli enti d’erogazione da tutti quei soggetti che producono e distribuiscono beni e servizi?

Una via per cercare di dare una prima risposta può essere quella di partire dal concetto di filantropia istituzionale. Elementi fondamentali sono quindi il dono e la sua istituzionalizzazione. In altri termini abbiamo un dono che si organizza e si struttura per poter essere erogato più efficacemente. In pratica, compito di un ente d’erogazione è organizzare le risorse che ha ricevuto per trasformarle in contributo a favore, di norma, di enti senza finalità di lucro, per la realizzazione di finalità di utilità sociale. Ciò che caratterizza un ente d’erogazione è quindi l’esigenza di individuare sia l’iniziativa di utilità sociale che si vuole sostenere, sia la realtà che, grazie alle risorse messe a disposizione, potrà meglio perseguirla. Questo comporta l’emergere di problematiche di selezione e verifica che sono specifiche di questi enti.

Non importa quindi che cosa effettivamente venga erogato: denaro, beni, servizi, competenze, quello che importa è che l’ente si trovi a dover gestire il processo d’erogazione e che si doti quindi degli strumenti per operare la migliore selezione della realtà a cui erogare il proprio contributo. Mentre una struttura operativa sviluppa il proprio prodotto o servizio che poi mette a disposizione dell’intera comunità o del mercato, sia esso sovvenzionato o meno dalla collettività, l’ente d’erogazione si pone il problema di come erogare le proprie risorse affinché queste generino utilità sociale.

La realtà supera sempre ogni nostro tentativo di classificarla, ma attraverso questo concetto è forse possibile dotarsi di una bussola che ci permetta di distinguere gli enti d’erogazione dalle organizzazioni di volontariato, in cui l’elemento istituzionale svolge di norma un ruolo limitato, e da chi concentra le proprie risorse nella produzione di beni e servizi, come accade per le imprese sociali o per quegli enti che pur non dando vita ad attività commerciali identificano il proprio essere nella realizzazione di tali attività.

In ultima analisi l’essenza di un ente d’erogazione sta nella consapevolezza che il proprio dono potrà trasformarsi in utilità sociale solo attraverso il coinvolgimento di un terzo. È forse per questo che il loro contributo principale deve essere cercato nella loro capacità di comprendere e vivere la relazionalità che insita in ogni dono.