L’idea che la filantropia istituzionale possa, anche parzialmente, sostituire le risorse pubbliche è illusorio sia per ragioni oggettive, le risorse mobilitabili dalla filantropia istituzionale sono, anche nei Paesi a più grande tradizione filantropica, insignificanti rispetto ai trasferimenti pubblici, sia per ragioni soggettive, i donatori non sono di norma interessati a svolgere un ruolo di supplenza nei confronti delle amministrazioni pubbliche.
Data questa premessa bisogna riconoscere che la crisi dello stato sociale è profonda e ben difficilmente potrà essere superata senza un radicale ripensamento dell’intero modello. Non solo è difficile ipotizzare nuove fonti d’entrata con cui sostituire quelle che si stanno inaridendo, ma anche l’introduzione di interventi volti a garantire un più efficiente utilizzo delle risorse rischiano di avere corto respiro e di portare, nel lungo periodo, a situazioni peggiori delle attuali. La diffusione nel privato sociale di quei modelli gestionali che, peraltro, hanno portato alla presente crisi economica e al fallimento di numerose imprese, rischia infatti di rivelarsi catastrofica in quanto finirebbe per snaturare totalmente un settore che invece potrebbe dare un contributo fondamentale alla costruzione di quella società solidale e sussidiaria che è da tutti considerata l’unica alternativa possibile alla crisi presente.
Bisogna quindi avere il coraggio di sottoporre ad un’analisi critica, rigorosa e spregiudicata il paradigma che ha guidato la costruzione dello stato sociale in questi ultimi secoli, la cui pietra angolare deve essere cercata proprio nel concetto di diritto soggettivo. Dobbiamo perciò chiederci se questa impostazione non sia più percorribile, non solo per ragioni pratiche: i diritti come i bisogni sono per loro natura infiniti, mentre le risorse sono necessariamente limitate, ma per ragioni morali e ideali ben più profonde.
L’idea che la giustizia possa essere perseguita attraverso la soddisfazione dei diritti soggettivi si è infatti rivelata un’astrazione. Non solo infatti dei diritti si può abusare, ma l’esperienza quotidiana ci insegna come alla fine siano proprio i più forti e le persone senza scrupoli a trovare nell’ordinamento gli strumenti per poter affermare i propri diritti, di norma, a scapito dei più deboli. Il diritto cessa di essere uno strumento per perseguire la giustizia, ma diventa sempre di più un mezzo per imporre, in modo certo formalmente incruento, ma non per questo meno negativo, la propria volontà su coloro che ci circondano.
Un’altra conseguenza dell’assolutizzarsi del diritto soggettivo è che esso favorisce l’isolamento dell’individuo nei confronti della comunità. Il singolo si trova da solo davanti allo Stato, il quale è chiamato a soddisfare tutte le sue esigenze. Si tratta dell’affermarsi di quel despotismo moderno, così ben descritto in una pagina famosa de “La Démocratie en Amérique” di Alexis del Tocqueville, che sta distruggendo la nostra società. Conseguenza di questo approccio non è solo la negazione della persona come essere relazionale e l’affermarsi di fatto del Leviatano descritto da Hobbes, con tutte le conseguenze in termini di alienazione e negazione della dignità umana che molti denunciano, ma significa altresì provocare sprechi infiniti. In pratica questa situazione finisce per distruggere la possibilità stessa del buon vicinato e per rendere estremamente complessi tutti quegli scambi di reciproci favori che, a costi praticamente nulli, permettevano di vivere relativamente bene, anche con risorse molto inferiori alle nostre. Ora tutti questi bisogni possono essere soddisfatti solo attraverso l’acquisto di servizi, i quali hanno un costo infinitamente superiore e, non di rado, non sono neppure disponibili.
Infine, nella logica del diritto soggettivo, la malattia, l’handicap, la povertà, ecc. sono considerati come dei problemi sociali che in qualche modo devono essere risolti e, quando ciò risulti impossibile, rimossi e nascosti alla vista comune. A parte l’assurdità di tale pretesa, la quale dimentica che i poveri ce li avrete sempre e che il germe della peste non muore mai, questo approccio finisce necessariamente per negare la dignità di coloro che, per qualche ragione, sono in una situazione di difficoltà.
Per superare la presente crisi non si tratta semplicemente di curare l’ammalato, assistere il disabile, sostenere il povero, si tratta invece di chiederci se queste persone possono dare un contributo positivo alla nostra società non malgrado, ma proprio in quanto poveri, disabili, ammalati, ecc. Se cioè la loro condizione possa aiutarci a soddisfare alcuni dei bisogni più profondi e fondamentali di ognuno di noi, magari scoprendo che si tratta in realtà proprio dei bisogni a cui la nostra società non sembra in grado di dare delle risposte soddisfacenti e che cerca affannosamente di rimuovere, facendo finta che non esistono.
In realtà ci sono almeno tre esigenze fondamentali di ogni persona umana a cui è possibile dare una risposta adeguata proprio grazie al coinvolgimento di questi soggetti:
- Il bisogno di senso di tutti coloro che non vogliono trasformare la propria esistenza in una continua lotta per soddisfare in modo effimero, effimeri bisogni;
- Il bisogno di relazioni che sia veramente umane, perché non strumentali e che ci permettano di riconoscere nell’altro quel prossimo che è in grado di riconoscere la nostra umanità;
- Il bisogno di vivere delle emozioni autentiche che ci facciano pulsare il cuore.
Davanti a queste esigenze, così profondamente radicate nell’animo di ogni persona, il mondo in cui viviamo si limita ad offrirci infinite opportunità di distrazione e droghe sempre più sofisticate, ma sembra incapace di offrirci risposte efficaci. L’esperienza invece di coloro che hanno avuto la fortuna di potersi relazione con chi ha bisogno, dimostra come, proprio grazie a queste relazioni, sia possibile vivere molto meglio con benefici per tutti.
Non si tratta quindi di risolvere i problemi sociali, ma di aiutare le persone a vivere pienamente la loro umanità, nella consapevolezza che, probabilmente, una società in cui tutti vivono pienamente la propria dignità avrà forse meno problemi sociali e di rinunciare definitivamente alla pretesa di creare un mondo perfetto, pretesa che ha, di norma, generato molte più sofferenze di quelle che ha contribuito a lenire.
Operativamente una simile consapevolezza dovrebbe spingere ad operare in tre direzioni fondamentali:
- Aiutare le realtà che operano nel privato sociale a valorizzare il patrimonio che possono mettere a disposizione della società in termini di senso, relazioni ed emozioni. Si tratta di una vera e propria rivoluzione copernicana, dato che, invece, gli enti tendono a nascondere proprio questa dimensione del loro agire. Il criterio per valutare il loro successo non deve essere cercato nel numero delle persone assistite e neppure nella qualità del servizio erogato, ma nella loro capacità di creare comunità, di promuovere relazioni, di coinvolgere un numero crescente di persone che, grazie a questo coinvolgimento, possono realmente soddisfare alcuni dei loro bisogni più profondi. In realtà la nostra tradizione culturale ci insegna che non è il ricco ad essere beato, ma il povero ed è proprio grazie all’incontro con il povero che ciascuno di noi può sperare di relazionarsi con il vero senso del suo esistere;
- Favorire la creazione di quei rapporti di buon vicinato che oggi, a causa della cultura dominante, delle stesse norme vigenti, dell’isolamento che caratterizza la nostra società non si creano più spontaneamente, ma hanno bisogno di luoghi protetti, in cui la generosità e l’aiuto reciproco siano nuovamente ben accetti e non rischino di essere male interpretati;
- Creare degli strumenti che aiutino a donare e permettano, anche a chi non è particolarmente ricco, di contribuire alla definizione e realizzazione del bene comune, pur con risorse modeste.
Se questa dovesse essere la direzione in cui operare, gli enti d’erogazione potrebbero dare un contributo rilevante, sfruttando l’esperienza già maturata e valorizzando le proprie potenzialità. Da un lato potrebbero favorire la diffusione dell’intermediazione filantropica, realizzando un’infrastruttura in grado di assistere i donatori in tutto il territorio nazionale. Anche grazie all’esperienza già maturata dalla diffusione, soprattutto in Lombardia, delle fondazioni di comunità, abbiamo oggi a disposizione gli strumenti tecnici e le competenze per realizzare servizi adatti alle esigenze più diverse. Dall’altro potrebbero dar vita a progetti, tipo l’affido di famiglia promosso dalla Fondazione Paideia, il cui obiettivo è, in fondo, proprio quello di creare un ambiente protetto in cui sia possibile ristabilire quei legami di buon vicinato che possano permettere alle famiglie di assistersi reciprocamente, superando così momenti di difficoltà che, se non affrontati tempestivamente, possono creare situazioni di crisi dagli esiti drammatici.
Infine, anche con l’aiuto delle stesse organizzazioni non profit e del mondo scientifico, gli enti d’erogazione potrebbero sviluppare dei criteri per selezionare i progetti da sostenere che non facciano riferimento ad un’astratta produttività, ma piuttosto alla capacità di valorizzare quel patrimonio intangibile, ma non per questo meno reale, presente all’interno del privato sociale, favorendo così processi di emulazione ed evitando nel contempo quella deriva che rischia di trasformare un settore così ricco di potenzialità e di energie positive, nel ricettacolo di tutti coloro che non riescono a trovare una collocazione nella pubblica amministrazione piuttosto che nelle imprese commerciali.
Certo un simile approccio ci obbliga ad un cambiamento radicale di gran parte delle convinzioni oggi dominanti e ci costringerebbe a rivedere tanti luoghi comuni e a ripensare i fondamenti stessi del vivere civile, ma dobbiamo anche chiederci se ciò non ci sia imposto dalla gravità della sfida presente e se proprio il fallimento di tante generose speranze che hanno mostrato il loro carattere illusorio non ci debba spingere a sottoporre ad una critica rigorosa, anche quei principi, come appunto la nozione di diritto soggettivo, la quale dipende da un presupposto razionalistico il cui esito nichilistico è ormai sotto gli occhi di tutti. Forse bisogna riconoscere che il vero fondamento della libertà non deve essere cercato nei diritti ed è per questo che può essere interessante citare Piero Martinetti, uno dei rarissimi professori che rinunciò alla cattedra universitaria per non giurare fedeltà al regime fascista, il quale scriveva: “Liberiamo l’uomo da tutti i vincoli: avremo la guerra di tutti contro tutti. Imponiamogli solo il vincolo di non usare la violenza: l’uomo lotterà con la menzogna e con la frode: la libertà sarà il permesso dato agli uomini senza scrupoli di stabilire il loro dominio sulla moltitudine dei semplici … Bisogna anche qui tornare al concetto stoico e cristiano della libertà: che libertà è servire a Dio, vivere secondo la legge morale” ricordandoci nel contempo che il modo migliore per realizzare questi principi consiste nell’assistere il nostro prossimo, perché “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.













