Nel suo recente libro dal titolo evocatore: “La carità che uccide”, Dambisa Moyo denuncia il fallimento della politica di cooperazione allo sviluppo sviluppata negli ultimi sessant’anni. In realtà essa avvalora quanto affermato dal presidente di Assifero Felice Scalvini in occasione del primo convegno nazionale fra le fondazioni e gli enti d’erogazione che si è tenuto lo scorso novembre: il come si dona è più importante di quanto si dona. Donare infatti è un’attività estremamente complessa che Aristotele riteneva più adatta ad un essere divino che ad un uomo.
Questo naturalmente non significa che bisogna bandire il dono, ma piuttosto che è necessario operare con estrema cautela ed umiltà. Ogni qual volta si cercano scorciatoie o si mira ad ottenere risultati immediati dimenticandosi delle persone, il più delle volte si ottengono effetti opposti a quelli desiderati. Si tratta di quell’inversione dell’eterogenisi dei fini, illustrata dal Vico e di cui la storia del novecento europeo ne è la più evidente manifestazione. Si pensi solo alle atroci sofferenze che hanno patito le popolazioni del vecchio continente in nome dei valori più nobili e puri!
Per questo una corretta filantropia deve sempre partire dalle persone. Non si tratta mai di risolvere i mali del mondo, anche perché la storia ci insegna che il germe della peste non muore mai e che debellata una malattia ne compare un’altra, spesso più terribile di quella precedente. Si tratta al contrario di aiutare le persone di manifestare concretamente la propria dignità, nella consapevolezza che un mondo in cui ciascuno testimonia i valori in cui crede sarà sempre migliore di qualsiasi utopia elaborata dal più informato degli ingegneri sociali. La vita è infatti sempre più complessa di quello che riusciamo a comprendere attraverso i nostri sforzi di semplificazione ed è per questo che troppo spesso le migliori intenzioni si trasformano in terribili fallimenti.
La filantropia istituzionale non si limita però a distribuire risorse, essa ha anche elaborato strumenti operativi che permettono proprio di perseguire questo obiettivo e di aiutare i singoli a vivere quotidianamente quello che credono giusto. In particolare in questi ultimi decenni si sono sviluppate le fondazioni di comunità le quali, secondo un recente rapporto pubblicato dal Global Fund for Community Foundations, potrebbero rivelarsi un elemento vitale nel permettere lo sviluppo di forme di cooperazione allo sviluppo che aiutino le comunità locali a riscoprire la propria dignità e ad abbandonare quella mentalità di assistiti che tanta parte ha nei fallimenti degli aiuti internazionali, ma anche nazionali.
Le fondazioni di comunità nascono proprio con l’obiettivo di creare un’infrastruttura locale che sia in grado di mobilitare e catalizzare le energie presenti in ogni società. Energie che troppo spesso finiscono disperse quando non si trasformano in comportamenti antisociali. In questo modo esse sono veramente capaci di dare concretezza a quei principi della sussidiarietà e della solidarietà che sono da molti invocati, ma che privi di strumenti adeguati, rimangono troppo spesso meri appelli retorici.
Inoltre bisogna riconoscere che per la loro capacità di relazionarsi con le comunità più marginali e di porsi nei confronti dei beneficiari in un atteggiamento di collaborazione, esse possono svolgere un ruolo importante in qualsiasi realtà, anche nei Paesi economicamente più avanzati cove continuano ad esistere situazioni in cui l’intervento diretto da parte delle pubbliche amministrazioni si rivela inadeguato. A tal proposito può essere illuminante studiare l’esperienza del governo britannico che ne ha a lungo sostenuto lo sviluppo .
La comprensione di questo strumento e il suo utilizzo può quindi rivelarsi di grande interesse sia per l’elaborazione di una più adeguata strategia di cooperazione allo sviluppo, sia per ricreare quel senso di comunità e di coesione sociale che è condizione ineliminabile per una crescita sostenibile in un contesto di crescente competizione internazionale.













