Filantropia Istituzionale


18
feb 12

VERSO L’ASSEMBLEA: PROMUOVERE LA FILANTROPIA

 

La prossima assemblea di Assifero sarà occasione per approfondire alcune linee strategiche fondamentali per la nostra associazione.
Al fine di rendere più ricco il dibattito offriamo la possibilità a tutti coloro che ci seguono, siano essi soci o meno, di offrirci spunti e contributi di cui non mancheremo di tenere conto durante la discussione che si terrà a Como.

Uno dei compiti più importanti per Assifero è senz’altro quello di promuovere la filantropia istituzionale favorendo lo sviluppo di un contesto normativo e culturale che permetta al nostro settore di svilupparsi e di offrire il proprio contributo all’implementazione di strategie che possano permettere al nostro Paese di uscire dalla crisi presente.

A tal fine è necessario individuare i pubblici di riferimento della filantropia istituzionale, stabilire i possibili obiettivi da perseguire nei loro confronti, definendo nel contempo le priorità e riflettere su come mobilitare le risorse, le competenze e le relazioni che i nostri soci possono mettere a disposizione per il perseguimento di fini condivisi.

Ad una prima analisi, è possibile distinguere cinque principali tipologie di pubblici di riferimento della filantropia istituzionale:

  1. Le istituzioni con cui si può cercare di lavorare sia per quel che concerne le norme e le prassi, sia per quel che riguarda la definizione delle politiche pubbliche;
  2. Le professioni che possono dare un importante contributo nella definizione di prassi adeguate e nel contempo, assieme alle categorie, possono illustrare le potenzialità degli strumenti che la filantropia istituzionale può mettere a disposizione di tutti i potenziali interessati;
  3. L’accademia con il cui contributo è possibile approfondire la nostra comprensione della realtà, individuare indicatori che possano essere utilizzati per meglio guidare il nostro lavoro, formare chi collabora o si relaziona con il mondo della filantropia istituzionale;
  4. I media che possono avere un ruolo fondamentale nell’aiutare l’opinione pubblica a meglio comprendere i limiti e le potenzialità della filantropia istituzionale;
  5. Gli enti senza finalità di lucro che sono i partner principali nel perseguimento delle finalità statutarie.

Come è naturale, soprattutto per un settore che è stato riscoperto solo di recente, tutte queste realtà hanno una comprensione parziale e a volte distorta di cosa effettivamente sia la filantropia istituzionale ed è quindi fondamentale moltiplicare le occasioni di scambio e di conoscenza reciproca. È stato sostanzialmente questo l’obiettivo principale dell’attività di Assifero in questi anni, la quale ha potuto stabilire relazioni con queste realtà, relazioni da cui peraltro stanno già maturando alcuni frutti, soprattutto per quel che riguarda le prassi in materia fiscale e contabile.

Fra gli obiettivi specifici che Assifero si potrebbe porre, possono essere indicati a titolo d’esempio:

  1. Promuovere l’elaborazione di una definizione chiara e condivisa di cosa sia l’utilità sociale;
  2. Favorire l’emergere di principi contabili che siano coerenti con le esigenze specifiche della filantropia istituzionale;
  3. Sviluppare strumenti ed organizzare momenti formativi per tutti quei professionisti che vogliono operare nell’ambito della filantropia istituzionale o che sono interessati a promuoverla;
  4. Valorizzare e favorire il coordinamento delle varie realtà che studiano la filantropia istituzionale;
  5. Promuovere la pubblicazione di articoli e inchieste sulla filantropia istituzionale, anche mettendo a disposizione dei media informazioni precise ed accurate, anche con l’obiettivo di attirare parte delle risorse che verranno mobilitate dal presente trasferimento intergenerazionale di ricchezza;
  6. Sviluppare strumenti che permettano alle organizzazioni non profit un più facile e trasparente rapporto con gli enti d’erogazione e nel contempo favorire l’emergere di forme di partnership che vadano al di là del mero finanziamento.

Naturalmente, accanto a questi obiettivi, se ne possono aggiungere infinti altri e chi avesse dei suggerimenti è pregato di comunicarceli, sia commentando questo blog, sia inviando le sue osservazioni direttamente ad Assifero (info@assifero.org) affinché queste possano essere prese in considerazione durante l’assemblea.

 


18
nov 11

ENTI D’EROGAZIONE E VOLONTARIATO: PER UNA STRATEGIA COMUNE

Gli enti d’erogazione e le organizzazioni di volontariato sono più simili di quanto a prima vista si possa pensare. Entrambi infatti hanno come fine quello di aiutare dei donatori ad erogare risorse, siano esse denaro, tempo, competenze, relazioni o beni e servizi. Si tratta di strutture la cui missione più vera consiste nell’assistere i filantropi e i volontari nel dare il proprio contributo per la costruzione del bene comune. Fondamento per entrambi deve dunque essere cercato nel dono che si esprime in un duplice maniera, sia in termini di motivazione, sia in termini di modalità operativa. Le risorse che queste entità possono erogare sono infatti generate dal dono e il modo attraverso queste realtà perseguono la propria missione particolare è attraverso il dono.

In questo momento storico sia gli enti d’erogazione, sia le organizzazioni di volontariato sono chiamate a svolgere un ruolo sempre più importante nella costruzione della società solidale e sussidiaria che è unanimemente riconosciuta come l’unica alternativa valida ad un stato sociale che non sembra più in grado di perseguire i propri obiettivi. Questa attenzione nasconde però forti rischi di strumentalizzazione e non sono pochi coloro che, in modo più o meno consapevole, vedono nel mondo della filantropia istituzionale e del volontariato una fonte di risorse a basso costo con le quali compensare i tagli nei trasferimenti pubblici.

Una simile involuzione, non solo non sarebbe eticamente corretta, ma rischia di inaridire la fonte delle risorse che permettono a questi enti di operare. Come infatti è già stato accennato, è il dono il motore che muove queste realtà. Ora se c’è una cosa che rischia di generare forti reazioni negative da parte dei donatori è proprio il sentimento di essere sfruttati.

Davanti alle pressioni fortissime di una società in disperata ricerca di risorse, è indispensabile che il mondo della filantropia istituzionale e del volontariato approfondiscano la propria identità. Si tratta, in altri termini, di scoprire se il contributo che questi mondi possono offrire alla nostra società debba essere cercato nelle risorse che esse possono mobilitare e, in tal caso, resistere alla strumentalizzazione diventerebbe quasi impossibile, o se, al contrario, proprio l’approfondimento del concetto stesso di dono possa offrire loro la possibilità di elaborare nuove prospettive.

Ci si sta infatti rendendo conto come in realtà il dono non possa essere ricondotto ad un semplice dovere sociale, ma al contrario possa generare una risposta ad alcuni dei bisogni più profondi e radicati della nostra civiltà, bisogni a cui la società moderna non sembra in grado di dare una risposta adeguata. Si tratta del bisogno di senso che una cultura fondata sulla razionalità formale e sul pensiero strumentale non può soddisfare, di quello di emozioni autentiche che si cerca invano di tamponare con la pubblicità e di quello di relazioni veramente umane perché non strumentali che solo nel dono possono manifestarsi pienamente. In pratica si tratta di capire come sia il dono a rendere veramente umano l’umano e di come sia questa la vera e fondamentale esigenza a cui è necessario dare una risposta se non si vuole che la nostra vita, indipendentemente da tutto il benessere di cui può usufruire, non si trasformi in una perpetua lotta per soddisfare in modo effimero effimeri bisogni, ossia in un vero e proprio inferno da cui è possibile uscire solo attraverso l’uso di un qualche allucinogeno poco importa se naturale o artificiale.

Se questa prospettiva è vera ne consegue che il valore del privato sociale non deve essere cercato nei servizi, pur importantissimi, che esso è in grado di generare. Questi devono essere considerati la conseguenza dell’attività filantropica e solidaristica, non il suo fine, che è invece quello di permettere ai singoli di manifestare la loro dignità. Non si tratta quindi di risolvere i problemi delle nostre comunità, nella consapevolezza di come ogni utopia si trasforma presto nel suo contrario, ma di contribuire a creare una società civile, nella convinzione che tanto più una comunità è civile, tanto più essa sarà in grado di affrontare i suoi problemi, dando concretezza ai principi della solidarietà e della sussidiarietà.

In pratica si tratta di decidere se il problema della società in cui viviamo sia solo un problema di risorse che si tratta di recuperare in attesa di tempi migliori o piuttosto imponga una radicale revisioni dei fondamenti stessi del nostro sistema sociale. Dobbiamo quindi chiedersi se una società considerata come somma di individui che entrano in rapporto per soddisfare le loro reciproche esigenze non debba essere sostituita da una comunità fatta di persone che sono naturalmente in relazioni con gli altri e quindi domandarci se il modo migliore per tutelare la dignità umana sia quella di concentrarsi sui diritti soggettivi o piuttosto quella di difendere e tutelare quelle relazioni le quali, oltre a soddisfare le esigenze più profonde della persona, si rivelano spesso la modalità più efficace ed economica per soddisfare anche le nostre esigenze materiali.

Detto ciò si tratta di individuare soluzioni effettivamente operative che ci possano permettere di perseguire una simile strada e un aiuto può forse venirci dal pragmatismo americano. Negli Stati Uniti, infatti, ci si è chiesti quali fossero le ragioni per cui, malgrado i milioni di dollari utilizzati per finanziare progetti d’utilità sociale, spesso di grande successo, non solo la situazione complessiva non migliori, ma anzi a volte dia l’impressione di peggiorare.

Ci si è quindi resi conto di come la nostra società non sia semplicemente complicata. Noi viviamo infatti in un mondo estremamente complesso. Pensare che la soluzioni dei problemi risieda nell’individuazione di soluzioni tecniche per quanto articolate e raffinate esse possano essere è illusorio, per la semplice ragione che ogni realtà ed ogni momento storico è unico. Inoltre ogni modalità operativa dipende fortemente dalle caratteristiche umane delle persone che sono chiamate a gestirla. Non si tratta quindi di elaborare progetti da replicare in modo automatico su un ampia scala, ma piuttosto quello di valorizzare le risorse di ciascuno, nella consapevolezza che, senza il coinvolgimento e l’impegno di coloro che vivono il problema in prima persona, è illusorio pensare di poter sviluppare delle soluzioni sostenibili ed efficaci.

È poi evidente che viviamo in un mondo in cui tutto è interdipendente. Per questo non sono i singoli progetti, ma le sinergie a fare la differenza. Senza la presenza di una comune cornice di riferimento in cui ciascuno è in grado di operare evitando di ostacolare gli sforzi degli altri, ma cercando di collaborare il più possibile, i successi che ogni ente è in grado di conseguire rischiano di non essere sostenibili e soprattutto difficilmente potranno trasformarsi in un miglioramento sistemico.

Infine, dovrebbe ormai essere chiaro a tutti come, senza fiducia, ogni iniziativa è destinata al fallimento e questo non solo nel mondo del privato sociale. L’economia e la politica hanno infatti un disperato bisogno di fiducia, fiducia che peraltro consumano, ma non sono in grado di generare autonomamente. Ora, non bisogna essere dei fini sociologi per capire che senza relazioni non è possibile generare fiducia e che oggi viviamo in un mondo in cui è spesso estremamente difficile sperimentare, anche le relazioni più normali quali quelle fra vicini di casa. D’altro canto la stessa modalità operativa degli enti d’erogazione spinge spesso gli enti non profit a considerarsi vicendevolmente come dei potenziali concorrenti con cui non è facile stabilire rapporti di mutua collaborazione.

Sulla base di queste considerazioni si sta sviluppando negli Stati Uniti un nuovo approccio che viene definito impatto collettivo. Obiettivo di questa modalità operativa non è l’individuazione di progetti particolarmente interessanti e innovativi, ma piuttosto quello di favorire lo sviluppo di una strategia comune che possa coinvolgere una pluralità di entità provenienti da tutti i settori e disponibili a contribuire al miglioramento del bene comune.

In pratica, questa metodologia parte dalla necessità di individuare un’esigenza comune, sufficientemente ampia per attirare l’interesse di una pluralità di soggetti. Quindi promuovere una riflessione partecipata che abbia come obiettivo quello di articolare e definire tale esigenza, così che possa essere condivisa dai vari soggetti coinvolti.

Quest’elaborazione deve diventare la cornice di riferimento nell’ambito della quale sia poi possibile elaborare diverse strategie in cui ciascuno possa svolgere un ruolo che ne valorizzi le proprie specificità. In questo modo ogni soggetto può inserire il proprio sforzo in un obiettivo più ampio e nel contempo essere a conoscenza di quanto altre entità stanno svolgendo così da poter più facilmente individuare sinergie o evitare frizioni.

Si tratta poi di predisporre indicatori comuni, il cui obiettivo non è quello di misurare la performance dei singoli enti, ma piuttosto quello di fornirsi una bussola che possa aiutare tutti i partecipanti a capire se effettivamente si sta operando nella direzione giusta. Si tratta di un aspetto fondamentale che però deve essere gestito con attenzione, evitando che, concentrandosi troppo sugli obiettivi, si dimentichi di svolgere ciò che è necessario. Si può infatti studiare per imparare e studiare per prendere un buon voto e non è detto che le due modalità siano sempre coerenti l’una con l’altra, per quanto l’esame possa sicuramente essere un utile indicatore per sapere se si conosce la materia.

Infine è indispensabile investire molte risorse ed energie nel favorire la comunicazione da un lato fra tutte le realtà che hanno deciso di partecipare al progetto e dall’altro fra queste e la comunità nel suo complesso. Solo una costante attività in questa direzione può infatti porre le basi per costruire quelle relazioni che possono generare fiducia e collaborazione e attraverso una costante comunicazione con il pubblico è possibile coinvolgerlo e quindi mobilitare quelle energie senza le quali ogni iniziativa è destinata al fallimento.

Da un punto di vista operativo le conseguenze di questo approccio sono sostanzialmente tre:

  1. Oggi ciò di cui abbiamo più bisogno non sono i progettisti e gli ingegneri sociali, ma i facilitatori. Abbiamo perciò bisogno di persone che abbiano le competenze, anche tecniche, necessarie per aiutare i diversi soggetti a confrontarsi e a dialogare fra di loro, così da creare quei rapporti di conoscenza reciproca che è alla base di ogni vero progresso sociale;
  2. Chi ha risorse finanziarie da investire nel sociale non deve concentrare le sue energie nella ricerca dei progetti più interessanti, ma dedicarle alla creazione di un’infrastruttura che possa sostenere questo sforzo, nella consapevolezza che, in una società come la nostra, non possiamo più pensare che le relazioni possano svilupparsi spontaneamente, esse sono in realtà un investimento che per realizzarsi ha bisogno di ambiente favorevole che è necessario costruire mobilitando le risorse necessarie;
  3. Uno dei compiti fondamentali del volontariato diventa quindi proprio quello di coltivare le relazioni. La realizzazione dei progetti e l’erogazione dei servizi deve sempre essere per quanto possibile accompagnata da un impegno volto a valorizzare al massimo la dimensione relazionale, anche a scapito di una perdita di efficienza produttiva nel breve periodo, perdita che peraltro è di norma più che compensata in termini di sostenibilità. Si tratta di un contributo fondamentale per la crescita morale e civile, ma anche economico sociale della nostra comunità e in cui i volontari possono svolgere un ruolo strategico, peraltro di norma coerente con le loro esigenze più profonde.

Si tratta quindi di modificare profondamente l’approccio che spesso caratterizza sia il mondo degli enti d’erogazione che quello delle organizzazioni di volontariato. Ci si deve però chiedere se proprio la presente crisi non ci costringa a fare questo sforzo, permettendoci così di compiere quel salto di qualità di cui la nostra civiltà ha così evidentemente bisogno.


9
ott 11

IL VALORE AGGIUNTO DELLA FILANTROPIA ISTITUZIONALE

Quando si parla di enti d’erogazione spesso l’unica cosa che viene citata è il valore delle proprie erogazioni. Conseguenza di questo approccio, peraltro diffuso in tutto il mondo, è che diventa estremamente difficile distinguere la filantropia istituzionale da dei bancomat in grado di elargire denaro a tutti coloro che conoscono il codice corretto.

Se questa è l’impostazione comune, non deve stupire se la società nel suo complesso si faccia idee strane sulle potenzialità di questo settore e comunque si limiti a pensare a questa realtà esclusivamente come ente finanziatore e ciò soprattutto in un momento di crisi come l’attuale.

Se non si vogliamo evitare una deriva pericolosa, non solo per gli enti d’erogazione, ma per la società nel suo complesso che, per cercare di accapparrarsi risorse finanziarie tutto sommato limitate, rischia di perdere le opportunità che il mondo della filantropia istituzionale può mettere a disposizione di tutti, è indispensabile iniziare al nostro interno, coinvolgento, se possibile, tutti i soggetti interessati, una riflessione rigorosa su quale sia il vero valore aggiunto del nostro settore.

Da una prima analisi è possibile pensare a sei diverse tipologie di impatto che gli enti d’erogazione possono mettere a disposizione delle nostre comunità, sfruttando al meglio le loro risorse:

  1. dare una rapida risposta alle emergenze e ciò grazie alla flessibilità e la velocità con cui possono allocare le loro risorse;
  2. sostenere ricerche e sperimentazioni, che altri non potrebbero sostenere per i rischi ad esse connesse;
  3. sensibilizzare specifici pubblici di riferimento o anche l’intera opinione pubblica per favorire cambiamenti necessari al bene comune;
  4. catalizzare risorse a favore di iniziative d’utilità sociale provenienti da pluralità di fonti;
  5. favorire la crescita operativa, gestionale, ma anche strategica delle organizzazioni di privato sociale;
  6. creare le condizioni affinché una pluralità di soggetti possano coordinare i loro sforzi, favorendo quelle forme di cooperazione e di collaborazione che oggi non si sviluppano spontaneamente, ma che sono fondamentali per il futuro delle nostre comunità.

Capire come questa lista possa essere integrata e soprattutto definire come questi risultati possano essere effettivamente conseguiti è forse la priorità più importante per la filantropia istituzionale oggi, non solo per evitare di essere trattati come bancomat, ma soprattutto per scongiurare quello che è il rischio più pericoloso per ogni ente d’erogazione, quello cioè di trasformarsi in un mero elemosiniere che si limita a distribuire, più o meno bene, sussidi a chi ne fa richiesta.

Nelle prossime settimane cercheremo, possibilmente con il contributo di tutti i soggetti interessati, di approfondire questi temi, provando ad illustrarne i punti di forza e di debolezza e magari di individuare criteri che possano guidare la nostra azione, affinché non ci si limiti ad astratte affermazioni di principio, ma ci si doti degli strumenti necessari per dare concretezza agli obiettivi che ciascuno deciderà di perseguire.


3
ago 11

IL PRINCIPIO MITTENTHAL PER VALUTARE UN BUON CONTRIBUTO

Steven Mayer, un valutatore che ha a lungo lavorato con le fondazioni di comunità, ha pubblicato nel suo blog un articolo in cui indica gli obiettivi che dovrebbero essere presenti in ogni erogazione.

Ripercorrendo la propria esperienza, egli ricorca come, secondo Stephen D. Mittenthal, già presidente della Fondazione di Comunità dell’Arizona, ogni buona erogazione dovrebbe perseguire questi due obiettivi:

  1. Dovrebbe permettere all’ente beneficiario di erogare qualcosa di valido per le realtà che è chiamato a servire o per i propri pubblici di riferimento;
  2. Dovrebbe permettere all’ente beneficiario di rafforzarsi, così che possa svolgere nel futuro il proprio lavoro in modo più economico, efficiente ed efficace.

Questo risultato non è perseguibile automaticamente, ma di norma necessita un confronto fra l’ente d’erogazione e l’ente beneficiario ancor prima che venga richiesto il contributo.

Limitarsi a sostenere un singole progetto di norma non permette all’ente di crescere e di sviluppare le proprie radici: i soldi semplicemente passano attraverso l’ente, senza rafforzare le capacità dell’ente così da permettergli di meglio operare nel futuro.

D’altro canto il concentrarsi solo sulle capacità dell’ente, non solo è politicamente più difficile in quanto può impedire di vedere l’impatto del proprio contributo, ma rischia di dar vita a strategie astratte in cui l’ente finisce per trasformarsi in un fine in se stesso e non in un mezzo per perseguire la propria missione.

Questo significa che, accanto alla richiesta di informazioni sull’impatto che il contributo arrecherà nel perseguire gli obiettivi sociali, bisognerebbe inserire alcune domande sull’impatto che esso avrà sulla vita dell’ente richiedente e su come esso l’aiuterà a crescere, anche al fine di evitare il rischio che il contributo assegnato finisca per avere effetti negativi sulla stessa sostenibilità futura dell’organizzazione.

Si tratta di un aspetto particolarmente importante, soprattutto in questo momento storico, caratterizzato da una ricerca sempre più disperata di finanziamenti, la quale potrebbe spingere gli enti non profit a richiedere contributi, anche a scapito della loro identità con conseguenze molto negative nel medio e nel lungo periodo.

A conclusione, ci si potrebbe però anche chiedere, se, soprattutto in una società che, come la nostra, sta cercando vie per superare la crisi dello stato sociale, non sia opportuno integrare tale principio con un ulteriore elemento e quindi domandarsi se il contributo, oltre ad offrire un servizio valido e a favorire la crescita dell’ente, non debba anche mirare ad incrementare quel patrimonio di relazioni, fiducia, dono reciproco, senza il quale, la nostra società rischia di implodere su se stessa.


17
lug 11

NON SERVE L’EFFICIENZA, BISOGNA CAMBIARE PARADIGMA

L’idea che la filantropia istituzionale possa, anche parzialmente, sostituire le risorse pubbliche è illusorio sia per ragioni oggettive, le risorse mobilitabili dalla filantropia istituzionale sono, anche nei Paesi a più grande tradizione filantropica, insignificanti rispetto ai trasferimenti pubblici, sia per ragioni soggettive, i donatori non sono di norma interessati a svolgere un ruolo di supplenza nei confronti delle amministrazioni pubbliche.

Data questa premessa bisogna riconoscere che la crisi dello stato sociale è profonda e ben difficilmente potrà essere superata senza un radicale ripensamento dell’intero modello. Non solo è difficile ipotizzare nuove fonti d’entrata con cui sostituire quelle che si stanno inaridendo, ma anche l’introduzione di interventi volti a garantire un più efficiente utilizzo delle risorse rischiano di avere corto respiro e di portare, nel lungo periodo, a situazioni peggiori delle attuali. La diffusione nel privato sociale di quei modelli gestionali che, peraltro, hanno portato alla presente crisi economica e al fallimento di numerose imprese, rischia infatti di rivelarsi catastrofica in quanto finirebbe per snaturare totalmente un settore che invece potrebbe dare un contributo fondamentale alla costruzione di quella società solidale e sussidiaria che è da tutti considerata l’unica alternativa possibile alla crisi presente.

Bisogna quindi avere il coraggio di sottoporre ad un’analisi critica, rigorosa e spregiudicata il paradigma che ha guidato la costruzione dello stato sociale in questi ultimi secoli, la cui pietra angolare deve essere cercata proprio nel concetto di diritto soggettivo. Dobbiamo perciò chiederci se questa impostazione non sia più percorribile, non solo per ragioni pratiche: i diritti come i bisogni sono per loro natura infiniti, mentre le risorse sono necessariamente limitate, ma per ragioni morali e ideali ben più profonde.

L’idea che la giustizia possa essere perseguita attraverso la soddisfazione dei diritti soggettivi si è infatti rivelata un’astrazione. Non solo infatti dei diritti si può abusare, ma l’esperienza quotidiana ci insegna come alla fine siano proprio i più forti e le persone senza scrupoli a trovare nell’ordinamento gli strumenti per poter affermare i propri diritti, di norma, a scapito dei più deboli. Il diritto cessa di essere uno strumento per perseguire la giustizia, ma diventa sempre di più un mezzo per imporre, in modo certo formalmente incruento, ma non per questo meno negativo, la propria volontà su coloro che ci circondano.

Un’altra conseguenza dell’assolutizzarsi del diritto soggettivo è che esso favorisce l’isolamento dell’individuo nei confronti della comunità. Il singolo si trova da solo davanti allo Stato, il quale è chiamato a soddisfare tutte le sue esigenze. Si tratta dell’affermarsi di quel despotismo moderno, così ben descritto in una pagina famosa de “La Démocratie en Amérique” di Alexis del Tocqueville, che sta distruggendo la nostra società. Conseguenza di questo approccio non è solo la negazione della persona come essere relazionale e l’affermarsi di fatto del Leviatano descritto da Hobbes, con tutte le conseguenze in termini di alienazione e negazione della dignità umana che molti denunciano, ma significa altresì provocare sprechi infiniti. In pratica questa situazione finisce per distruggere la possibilità stessa del buon vicinato e per rendere estremamente complessi tutti quegli scambi di reciproci favori che, a costi praticamente nulli, permettevano di vivere relativamente bene, anche con risorse molto inferiori alle nostre. Ora tutti questi bisogni possono essere soddisfatti solo attraverso l’acquisto di servizi, i quali hanno un costo infinitamente superiore e, non di rado, non sono neppure disponibili.

Infine, nella logica del diritto soggettivo, la malattia, l’handicap, la povertà, ecc. sono considerati come dei problemi sociali che in qualche modo devono essere risolti e, quando ciò risulti impossibile, rimossi e nascosti alla vista comune. A parte l’assurdità di tale pretesa, la quale dimentica che i poveri ce li avrete sempre e che il germe della peste non muore mai, questo approccio finisce necessariamente per negare la dignità di coloro che, per qualche ragione, sono in una situazione di difficoltà.

Per superare la presente crisi non si tratta semplicemente di curare l’ammalato, assistere il disabile, sostenere il povero, si tratta invece di chiederci se queste persone possono dare un contributo positivo alla nostra società non malgrado, ma proprio in quanto poveri, disabili, ammalati, ecc. Se cioè la loro condizione possa aiutarci a soddisfare alcuni dei bisogni più profondi e fondamentali di ognuno di noi, magari scoprendo che si tratta in realtà proprio dei bisogni a cui la nostra società non sembra in grado di dare delle risposte soddisfacenti e che cerca affannosamente di rimuovere, facendo finta che non esistono.

In realtà ci sono almeno tre esigenze fondamentali di ogni persona umana a cui è possibile dare una risposta adeguata proprio grazie al coinvolgimento di questi soggetti:

  • Il bisogno di senso di tutti coloro che non vogliono trasformare la propria esistenza in una continua lotta per soddisfare in modo effimero, effimeri bisogni;
  • Il bisogno di relazioni che sia veramente umane, perché non strumentali e che ci permettano di riconoscere nell’altro quel prossimo che è in grado di riconoscere la nostra umanità;
  • Il bisogno di vivere delle emozioni autentiche che ci facciano pulsare il cuore.

Davanti a queste esigenze, così profondamente radicate nell’animo di ogni persona, il mondo in cui viviamo si limita ad offrirci infinite opportunità di distrazione e droghe sempre più sofisticate, ma sembra incapace di offrirci risposte efficaci. L’esperienza invece di coloro che hanno avuto la fortuna di potersi relazione con chi ha bisogno, dimostra come, proprio grazie a queste relazioni, sia possibile vivere molto meglio con benefici per tutti.

Non si tratta quindi di risolvere i problemi sociali, ma di aiutare le persone a vivere pienamente la loro umanità, nella consapevolezza che, probabilmente, una società in cui tutti vivono pienamente la propria dignità avrà forse meno problemi sociali e di rinunciare definitivamente alla pretesa di creare un mondo perfetto, pretesa che ha, di norma, generato molte più sofferenze di quelle che ha contribuito a lenire.

Operativamente una simile consapevolezza dovrebbe spingere ad operare in tre direzioni fondamentali:

  1. Aiutare le realtà che operano nel privato sociale a valorizzare il patrimonio che possono mettere a disposizione della società in termini di senso, relazioni ed emozioni. Si tratta di una vera e propria rivoluzione copernicana, dato che, invece, gli enti tendono a nascondere proprio questa dimensione del loro agire. Il criterio per valutare il loro successo non deve essere cercato nel numero delle persone assistite e neppure nella qualità del servizio erogato, ma nella loro capacità di creare comunità, di promuovere relazioni, di coinvolgere un numero crescente di persone che, grazie a questo coinvolgimento, possono realmente soddisfare alcuni dei loro bisogni più profondi. In realtà la nostra tradizione culturale ci insegna che non è il ricco ad essere beato, ma il povero ed è proprio grazie all’incontro con il povero che ciascuno di noi può sperare di relazionarsi con il vero senso del suo esistere;
  2. Favorire la creazione di quei rapporti di buon vicinato che oggi, a causa della cultura dominante, delle stesse norme vigenti, dell’isolamento che caratterizza la nostra società non si creano più spontaneamente, ma hanno bisogno di luoghi protetti, in cui la generosità e l’aiuto reciproco siano nuovamente ben accetti e non rischino di essere male interpretati;
  3. Creare degli strumenti che aiutino a donare e permettano, anche a chi non è particolarmente ricco, di contribuire alla definizione e realizzazione del bene comune, pur con risorse modeste.

Se questa dovesse essere la direzione in cui operare, gli enti d’erogazione potrebbero dare un contributo rilevante, sfruttando l’esperienza già maturata e valorizzando le proprie potenzialità. Da un lato potrebbero favorire la diffusione dell’intermediazione filantropica, realizzando un’infrastruttura in grado di assistere i donatori in tutto il territorio nazionale. Anche grazie all’esperienza già maturata dalla diffusione, soprattutto in Lombardia, delle fondazioni di comunità, abbiamo oggi a disposizione gli strumenti tecnici e le competenze per realizzare servizi adatti alle esigenze più diverse. Dall’altro potrebbero dar vita a progetti, tipo l’affido di famiglia promosso dalla Fondazione Paideia, il cui obiettivo è, in fondo, proprio quello di creare un ambiente protetto in cui sia possibile ristabilire quei legami di buon vicinato che possano permettere alle famiglie di assistersi reciprocamente, superando così momenti di difficoltà che, se non affrontati tempestivamente, possono creare situazioni di crisi dagli esiti drammatici.

Infine, anche con l’aiuto delle stesse organizzazioni non profit e del mondo scientifico, gli enti d’erogazione potrebbero sviluppare dei criteri per selezionare i progetti da sostenere che non facciano riferimento ad un’astratta produttività, ma piuttosto alla capacità di valorizzare quel patrimonio intangibile, ma non per questo meno reale, presente all’interno del privato sociale, favorendo così processi di emulazione ed evitando nel contempo quella deriva che rischia di trasformare un settore così ricco di potenzialità e di energie positive, nel ricettacolo di tutti coloro che non riescono a trovare una collocazione nella pubblica amministrazione piuttosto che nelle imprese commerciali.

Certo un simile approccio ci obbliga ad un cambiamento radicale di gran parte delle convinzioni oggi dominanti e ci costringerebbe a rivedere tanti luoghi comuni e a ripensare i fondamenti stessi del vivere civile, ma dobbiamo anche chiederci se ciò non ci sia imposto dalla gravità della sfida presente e se proprio il fallimento di tante generose speranze che hanno mostrato il loro carattere illusorio non ci debba spingere a sottoporre ad una critica rigorosa, anche quei principi, come appunto la nozione di diritto soggettivo, la quale dipende da un presupposto razionalistico il cui esito nichilistico è ormai sotto gli occhi di tutti. Forse bisogna riconoscere che il vero fondamento della libertà non deve essere cercato nei diritti ed è per questo che può essere interessante citare Piero Martinetti, uno dei rarissimi professori che rinunciò alla cattedra universitaria per non giurare fedeltà al regime fascista, il quale scriveva: “Liberiamo l’uomo da tutti i vincoli: avremo la guerra di tutti contro tutti. Imponiamogli solo il vincolo di non usare la violenza: l’uomo lotterà con la menzogna e con la frode: la libertà sarà il permesso dato agli uomini senza scrupoli di stabilire il loro dominio sulla moltitudine dei semplici … Bisogna anche qui tornare al concetto stoico e cristiano della libertà: che libertà è servire a Dio, vivere secondo la legge morale” ricordandoci nel contempo che il modo migliore per realizzare questi principi consiste nell’assistere il nostro prossimo, perché “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.


30
apr 11

STIAMO SBAGLIANDO STRADA?

La riflessione sull’impatto collettivo, a cui Assifero ha recentemente dedicato un seminario di approfondimento, ci costringe a ripensare il ruolo della filantropia istituzionale. Una delle convinzioni più diffuse ed autorevolmente sostenute individua il valore aggiunto che gli enti d’erogazione possono mettere a disposizione della collettività nella loro capacità di sostenere finanziariamente la sperimentazione di nuove soluzioni, mettendole poi a disposizione di tutti ed in particolare delle autorità affinché, quelle che si sono dimostrate particolarmente efficaci, possano essere adeguatamente diffuse. Si tratta di un’ipotesi che fa degli enti d’erogazione il dipartimento di ricerca e sviluppo della società, dando loro un ben specifico ruolo nel mondo moderno.

Fino ad oggi questa impostazione veniva criticata solo in termini pratici. Si faceva infatti notare come, soprattutto con la crisi dello stato sociale, non è facile trovare un ente in grado di mobilitare le risorse necessarie per replicare le iniziative sperimentate, con la conseguenza che molti progetti di valore rischiano di rimanere circoscritti o, addirittura, quando termina il contributo della fondazione, di dover chiudere malgrado gli ottimi risultati conseguiti.

La critica a questa impostazione che è implicita nella riflessione collegata allo sviluppo dell’impatto collettivo, è ben più radicale. Infatti, se si accettano le premesse del modello, bisogna riconoscere che l’approccio sin qui descritto sarebbe destinato al fallimento, non per mere ragioni congiunturali, a cui è sempre possibile sperare di trovare una qualche soluzione, ma perché intrinsecamente inadeguato ad affrontare i problemi sociali.

Alla base di quest’analisi c’è infatti la constatazione che i problemi sociali non sono semplicemente semplici o complicati, per cui basta trovare la giusta ricetta per risolverli, essi invece sono complessi, ossia dipendono da troppe variabili che trascendono coloro che cercano di gestirli e che di fatto impongono di trovare soluzioni che sono necessariamente uniche, specifiche e tendenzialmente non replicabili.

Non si tratta quindi di individuare e quindi replicare le migliori prassi, il che naturalmente non significa che queste non debbano essere studiate, discusse ed analizzate, ma di creare le condizioni affinché le singole persone possano dare il meglio di sé. In pratica, si tratta di riconoscere come, in campo sociale, non sono le funzioni, ma le persone a fare la differenza e siccome ogni persona è necessariamente unica, anche la soluzione deve essere unica. I modelli sono indispensabili fonti d’ispirazione, non ricette da applicare meccanicamente.

Fra l’altro questo concentrarsi sui progetti genera uno stato di perenne competizione fra le singole organizzazioni non profit, le quali finiscono a volte per dar vita a comportamenti che farebbero impallidire i peggiori squali della finanza. Ne consegue quindi che, proprio il settore che più di ogni altro dovrebbe generare fiducia e rispetto reciproco, finisce per produrre cinismo ed avere una funzione disaggregante con conseguenze di cui non dobbiamo sottovalutare la gravità per lo sviluppo della nostra civiltà.

Infine, forse deve essere cercata proprio in questa contraddizione il sostanziale fallimento delle strategie messe in opera dagli enti d’erogazione e dalle stesse amministrazioni pubbliche volte a rafforzare le reti e a creare forme di collaborazioni fra gli enti non profit. Non occorre infatti avere occhi particolarmente attenti ed esperti per capire come, spesso, i progetti di partnership siano in realtà dei veri e propri cartelli elettorali il cui vero obiettivo è raggiungere il quorum, ossia il finanziamento, non certo quello di lavorare insieme.

Penso quindi che, al di là dell’interesse che può suscitare una modalità operativa sicuramente ricca di potenzialità come appunto si sta dimostrando l’impatto collettivo, sia necessario che gli enti d’erogazione  ne approfondiscano il significato profondo delle sue implicazioni teoriche. Si tratta infatti di critiche implicite e probabilmente non volute, ma proprio per questo più profonde e radicali. Non affrontarle potrebbe renderci ciechi davanti alle specificità delle realtà in cui operiamo e spingere il mondo della filantropia istituzionale a concentrare le proprie risorse in modalità operative la cui inefficacia non è frutto di elementi congiunturali, ma intrinseca al modello stesso . Il rischio è che gli enti d’erogazione, invece di essere una risorsa, finiscano per snaturare il privato sociale, impedendogli così di dare il suo fondamentale contributo allo sviluppo di quella società solidale e sussidiaria che è da tutti invocata. Si tratta di un rischio troppo grave perché possa essere sottovalutato, in quanto potrebbe minare la legittimità stessa del nostro mondo e che quindi dobbiamo trovare il tempo di analizzare con la dovuta attenzione.


22
gen 11

SOLO RIDISTRIBUTORI?

È comune pensare che compito della filantropia sia quello di ridistribuire la ricchezza generata da altri. In pratica il ragionamento è il seguente: l’impresa crea ricchezza e poi, per diverse ragioni, siano esse etiche, morali, sociali ecc. decide di destinarne una parte per finalità filantropiche e caritatevoli.

La recente evoluzione della filantropia d’impresa, evoluzione a cui Assifero ha dedicato un seminario nel novembre scorso, ci offre però la possibilità di sottoporre ad analisi critica questo luogo comune.

Sono infatti sempre più numerose le imprese che considerano l’attività filantropica quale uno degli strumenti da loro utilizzati per il perseguimento dei fini aziendali, fini che, come ci insegna la recente crisi economica, non possono identificarsi con la massimizzazione del profitto, ma piuttosto devono essere la produzione di valore in modo sostenibile. Obiettivi questi il cui conseguimento genera di norma profitto, il quale però, proprio per questo, deve essere considerato conseguenza e non fine dell’attività imprenditoriale.

In particolare, l’esperienza di questi ultimi anni indica come le aziende considerano la filantropia una delle modalità più efficaci per attirare, conservare e motivare quelli che, in una società avanzata, sono i fattori produttivi più importanti e strategici per il successo di ogni impresa: le risorse umane.

Se questo fosse vero, e proprio la mentalità pragmatica delle aziende americane che le spinge sempre a sperimentare ciò che funziona è una garanzia che lo sia, ciò avrebbe delle ripercussioni molto rilevanti sulla teoria economica, teoria peraltro i cui limiti si stanno dimostrando sempre più evidenti, oltre che sul modo stesso di operare del privato sociale in generale e della filantropia istituzionale in particolare.

Innanzitutto ciò metterebbe in crisi il modello dell’uomo economico, tutto impegnato nel soddisfare le proprie utilità marginali. Se l’esperienza ci permette di riscoprire l’importanza delle motivazioni morali nello sviluppo dell’attività economica, allora una teoria che queste motivazioni non considera o considera solo in modo marginale, si condanna necessariamente a ignorare una fonte d’energia in grado di moltiplicare la produttività della nostra società, con conseguenze negative enormi, anche in termini di crescita della produttività.

In secondo luogo, tutto ciò mostra come categorie così spesso utilizzate per interpretare il reale, come quelle di egoismo e altruismo, siano in realtà dei ferri spuntati, incapaci di comprendere tutti quei comportamenti, e sono tanti, in cui interesse personale e interesse comune si confondono e in cui sacrificio e gioia sono profondamente legati fra loro. In pratica tutto ciò ci impone la necessità di riscoprire concetti per lungo tempo banditi dalla cultura ufficiale, ma così profondamente radicati nella coscienza di ogni uomo, quali quelli di vero e falso, di giusto e ingiusto, come i soli in grado di descrivere il comportamento umano in termini realmente umani.

Infine, l’approfondimento di queste esperienze potrebbe aiutarci a dimostrare come il privato sociale non debba limitarsi ad essere il palliativo con cui cercare di compensare i fallimenti dello stato e del mercato e non sia neppure solamente il lievito in grado di generare quel capitale sociale di cui sia il libero mercato che le istituzioni democratiche hanno un così evidente e disperato bisogno; esso infatti può rivelarsi un importantissimo catalizzatore capace di liberare le energie presenti in ogni uomo, con conseguenze neppure immaginabili per lo sviluppo della nostra civiltà.

In un momento di profonde difficoltà e di grande sconforto morale, in cui la nostra esistenza sembra priva di speranze e prospettive, il verificare la possibilità di questa prospettiva dovrebbe essere considerato un dovere ineludibile per la filantropia istituzionale, la quale dovrebbe cercare di sfruttare al meglio le proprie potenzialità per rendere consapevole l’intera società di questa opportunità, mettere a disposizione di tutti gli strumenti pratici attraverso i quali vivere concretamente questa dimensione e, nel contempo, ricordare a tutti che condizione perché ciò possa funzionare è il rifiuto di ogni approccio strumentale. Un suo utilizzo strumentale finirebbe infatti necessariamente per inaridire questa fonte inesauribile d’energia, perché trasformerebbe presto l’entusiasmo di chi sa di contribuire a qualcosa di bello nel cinismo di non crede più in niente ed in nessuno.


9
gen 11

Non solo bancomat

È diffuso fra gli enti d’erogazione il sentimento di essere trattati come dei semplici bancomat e questo genera una comprensibile frustrazione. D’altro lato però è vero che quando essi stessi devono descriversi, di norma, la prima informazione che forniscono è il volume delle proprie erogazioni. La ragione di questa sorte di schizofrenia nasce probabilmente dal fatto che non è ancora chiaro, neppure all’interno del mondo della filantropia istituzionale, quale effettivamente sia il proprio valore aggiunto e quali siano gli indicatori che possono essere utilizzati per verificarne il suo perseguimento.

Iniziare una riflessione su questi aspetti è fondamentale non solo per mostrare appunto come gli enti d’erogazione non siano dei semplici bancomat, ma anche per evitare che gli effetti delle propri erogazioni si rivelino controproducenti, come purtroppo a volte accade, per imparare a sfruttare al meglio le proprie potenzialità e per capire quale sia il giusto rapporto fra le risorse destinate all’attività erogativa e quelle che, invece, è opportuno gestire direttamente.

In un momento storico molto complesso e delicato, in cui è indispensabile individuare modalità con le quali sostituire uno stato sociale ormai manifestamente inadeguato con una società solidale e sussidiaria gli enti d’erogazione potrebbero essere chiamati a svolgere un ruolo strategico. Se però vogliono cogliere questa opportunità è indispensabile iniziare una riflessione rigorosa su quello che è il vero valore aggiunto che essi possono fornire a quelli che sono i tre principali loro pubblici di riferimento: i donatori, gli enti che ricevono i loro contributi e la società nel suo complesso.

Naturalmente non si parte da zero e sono numerose e qualificate le riflessioni sul ruolo che gli enti d’erogazione possono svolgere, ma non sempre queste analisi si sono trasformate in indicazioni realmente operative e raramente sono stati elaborati indicatori che possano essere utilizzati per mostrare come tale valore aggiunto sia effettivamente stato perseguito e conseguito dall’attività di questi enti.

Per questo Assifero intende stimolare una riflessione che abbia come primo passaggio quello di raccogliere idee e suggerimenti su quale possa essere tale valore aggiunto, nella consapevolezza che esso potrà essere profondamente diverso nelle diverse realtà che fanno parte di questo composito mondo e quindi iniziare una riflessione volta ad individuare sia indicatori adeguati, sia modalità concrete attraverso le quali questi indicatori potranno essere implementati nell’esperienza quotidiana di questi enti.

Ogni contributo, suggerimento, indicazione, anche il meno probabile, sarà quindi ben accetto e analizzato con attenzione al fine di verificarne la sua reale applicabilità.


17
ott 10

Il ruolo della filantropia istituzionale: welfare state e privato sociale

Davanti alla difficoltà che contraddistinguono lo stato sociale, sono in molti a considerare indispensabile lo sviluppo di una società solidale e sussidiaria.

Spesso ciò si traduce nel cercare nelle organizzazioni della società civile delle realtà che possano in qualche modo supplire alle deficienze delle pubbliche amministrazioni, obiettivo che si spera di raggiungere grazie alla loro capacità di mobilitare risorse aggiuntive e ad una flessibilità che permette loro di dare una risposta a bisogni che altrimenti rimarrebbero inevasi. In questa prospettiva il ruolo della filantropia istituzionale dovrebbe essere quella di sviluppare le capacità operative degli enti del terzo settore così da aiutarli ad aumentare la loro efficienza ed efficacia.

I bisogni sono tanti e in aumento, le risorse sono poche e bisogna quindi imparare a fare di più con meno, questa è la logica stringente che sembra legittimare questo approccio, peraltro dominante, che però implica una radicale inversione del principio di sussidiarietà, il quale stabilisce come sia lo stato a dover intervenire là dove la società non ce la fa e non il contrario, come invece questa prospettiva di fatto stabilisce.

Bisogna poi chiedersi se una strategia che si limitasse rafforzare la capacità di erogare servizi, non finisca per snaturare questo mondo, trasformandolo in un settore parapubblico che si sviluppa in quanto è in grado di risparmiare sul costo del lavoro, permettendo così agli enti locali di esternalizzare servizi. È infatti evidente come una simile involuzione rischia, non solo di avere un effetto devastante sul privato sociale, ma anche di allontanare da questa esperienza coloro che si avvicinano ad essa mossi dal desiderio di donare. Nessuno infatti, e tanto meno un donatore, vuole essere strumentalizzato, ma, in una simile prospettiva, diventerebbe difficile evitare l’impressione che proprio di strumentalizzazione si sta parlando.

È poi necessario chiedersi se i servizi che il privato sociale genera debbano essere considerati il fine di queste organizzazioni o piuttosto una conseguenza, certo importantissima, ma pur sempre una conseguenza di un agire il cui fine debba essere cercato in una funzione sociale che li trascende: permettere ai cittadini di contribuire concretamente alla definizione e realizzazione del bene comune. La crisi attuale delle istituzioni mostra infatti come la democrazia non possa fondarsi su una società fatta di elettori/contribuenti, ma ha un disperato bisogno di persone che, senza necessariamente impegnarsi nei partiti politici, possa dare il proprio contributo alla gestione della cosa pubblica e queste persone, per poter operare hanno, soprattutto in una società complessa come la nostra, bisogno di formazioni sociali, senza le quali non potrebbe che sentirsi impotente per poi rifugiarsi nel proprio particulare.

Se queste intuizioni fossero esatte, un approccio tutto volto ad aumentare l’efficacia e l’efficienza delle non profit, rischierebbe non solo di essere miope, in quanto non potrebbe che allontanare le persone migliori, ma finirebbe per privare la nostra collettività del contributo più importante che il privato sociale può offrirci, ossia una modalità per essere dei veri cittadini.

È necessario che il mondo della filantropia istituzionale si interroghi su questi aspetti se non vuole rendersi complice di un processo che ha già generato importanti fenomeni degenerativi. Il concentrarsi su progetti, invece che sulla missione dell’organizzazione che riceve i contributi, e il focalizzare gli indicatori di successo sul numero e la qualità dei servizi erogati, rischiano infatti di avere, nel lungo periodo, delle conseguenze molto negative per il privato sociale. In altre parole ci si deve chiedere se il ruolo della filantropia istituzionale non debba essere, da un lato, quello di cercare di proteggere il privato sociale dai tentativi di strumentalizzazione e, dall’altro, di evitare che, la pur necessaria introduzione di modalità volte a favorire la crescita delle capacità gestionali degli enti, avvenga a scapito della dignità delle persone che vi operano, nella consapevolezza che solo il rispetto di questa dimensione può garantire la loro sostenibilità e porre le basi di quella società solidale e sussidiaria di cui tutti sentono il bisogno.


17
lug 10

Sussidiarietà o strumentalizzazione

La crisi finanziaria spinge un numero crescente di amministrazioni a guardare con attenzione al terzo settore in generale e al mondo della filantropia in particolare. A volte si ha l’impressione che questa ricerca di collaborazione sia strumentale: davanti alla ristrettezze di bilancio si cerca qualcuno che possa mobilitare quelle risorse di cui l’ente pubblico non dispone più, generando così una sorta di parastato con cui si cerca di offrire quei servizi di cui la collettività ha un sempre crescente bisogno. Una simile evoluzione, o forse sarebbe più opportuno chiamare involuzione, è estremamente pericolosa per il privato sociale che rischia così di perdere la propria identità e di trasformarsi in un mero erogatore di servizi a costi e garanzie più bassi.

D’altro canto questo rinnovato interesse da parte delle istituzioni per il terzo settore è un grande opportunità per promuovere concretamente quella sussidiarietà di cui tutti parlano, ma che ancora non si è espressa compiutamente. È quindi molto importante iniziare a riflettere sulle modalità che è opportuno sviluppare per evitare che la collaborazione si trasformi in strumentalizzazione.

Gli enti d’erogazione possono svolgere un ruolo fondamentale nello sviluppo di questa riflessione. Mentre la maggior parte degli enti senza finalità di lucro, avendo spesso risorse estremamente limitate ed essendo perciò in disperata ricerca di finanziamenti, non sempre è in grado di resistere alle pressioni di chi in qualche modo stringe i cordoni della borsa, gli enti d’erogazione sono finanziariamente indipendenti e quindi possono sedersi al tavolo con le istituzioni da una posizione di forza, il che naturalmente non deve spingerli ad essere arroganti o a pretendere di conoscere la soluzione ai problemi meglio di coloro che li vivono quotidianamente sulla loro pelle, malattia questa che è purtroppo abbastanza diffusa fra i soggetti grant-making.

La domanda che gli enti d’erogazione dovrebbero porre ai funzionari pubblici, ma anche e soprattutto a se stessi, al momento di stipulare una partnership con le amministrazioni siano esse locali o nazionali, dovrebbe, a mio avviso, essere la seguente: come questo progetto, al di là dell’impatto che potrà avere nel risolvere un particolare problema, contribuisce al rafforzamento della società civile e alla concreta affermazione dei principi di sussidiarietà, principi peraltro costituzionalmente garantiti? Si tratta, in altri termini, di chiedersi se nel progetto il ruolo delle istituzioni e degli stessi enti d’erogazione è quello di aiutare i cittadini a realizzare ciò che essi ritengono giusto o se invece l’iniziativa cerca di sfruttare le energie che la comunità è in grado di mobilitare per conseguire i propri obiettivi. Ossia è la comunità al servizio delle istituzioni, come oggi troppo spesso accade, o sono piuttosto quest’ultime a servizio della comunità?

Oggi la vera sfida per tutti coloro che vogliono perseguire il bene comune non deve, a mio avviso, essere cercata nel trovare soluzioni concrete per i tanti problemi che affliggono la nostra società, ma piuttosto nel rafforzare quel capitale di civiltà che è presente in ogni persona degna di questo nome e che si manifesta poi concretamente nella capacità di migliorare realmente e quotidianamente la vita delle nostre comunità.

Cosa gli enti d’erogazione debbano fare per operare in questa direzione non è semplice da dirsi, ma certo un approccio basato esclusivamente sugli output e gli outcome rischia di non portarci molto lontano. Proprio come la massimizzazione del profitto ad ogni costo ha finito col generare una delle più gravi crisi economiche della storia, così è necessario promuovere una riflessione che permetta di riconoscere come i risultati misurabili dell’attività erogativa non sono il fine, ma solo una necessaria condizione di quello che dovrebbe esserne l’obiettivo ultimo, ossia la promozione della dignità della persona umana, promozione che, a causa della natura infinta del suo oggetto, non potrà mai essere ridotta ad una matrice, indipendentemente dal grado di sofisticazione e di complessità di quest’ultima.