Come ha rilevato Pellegrino Capaldo nel suo intervento in occasione del II Convegno Nazionale delle Fondazioni ed Enti d’Erogazione, tenutosi a Roma l’11 marzo 2011, la creazione di un’infrastruttura nazionale in grado di raccogliere dati sui bisogni a cui il privato sociale può dare una risposta e sulla risorse che questo può mobilitare è condizione imprescindibile se veramente si vuole costruire una società veramente solidale che possa permetterci di superare la crisi dello stato sociale.
È questo un compito sicuramente ambizioso, ma che potrebbe essere alla portata della filantropia istituzionale italiana se saprà coordinare i propri sforzi. Un simile compito non può però essere perseguito sacrificando le specificità e le priorità dei singoli enti d’erogazione, i quali hanno tutti una loro storia che non può essere annullata neppure in nome di un obiettivo sicuramente fondamentale come questo. Se da un lato l’esistenza di una simile infrastruttura non può non essere utilissima affinché ciascun ente d’erogazione possa effettivamente meglio perseguire il proprio scopo, dall’altro la sua creazione non deve distogliere troppe risorse da quello che è il proprio fine ideale.
In realtà fra le varie tipologie di soggetti che compongono l’articolato mondo degli enti d’erogazione italiano ve ne è una che sembra fatta apposta per adempiere a questa funzione: le fondazioni di comunità. Caratteristica di questi enti è infatti quella di non avere un proprio scopo specifico se non quello di aiutare tutte le altre realtà presenti nella propria comunità di riferimento a perseguire le loro finalità filantropiche. Il fine di una fondazione di comunità non è infatti quello di realizzare gli obiettivi identificati dai propri consiglieri, ma piuttosto quello di promuovere la cultura del dono, ponendosi come un’infrastruttura che tutti possono utilizzare per realizzare qualcosa di bello per la loro comunità.
La raccolta di informazioni sui bisogni e sulle potenzialità del proprio territorio è quindi, per questi enti, un’attività funzionale al perseguimento del loro fine statutario. Grazie a queste conoscenze, esse possono infatti garantire un reale valore aggiunto a tutti quei donatori che decidono di utilizzarle come intermediari filantropici per gestire in modo professionale ed efficace le risorse che intendono destinare al perseguimento di finalità d’utilità sociale.
Inoltre questi enti, attraverso la loro normale attività erogativa che spazia a 360° in tutti i settori s’utilità sociale, ricevono tante tipologie di progetti, raccolgono la rendicontazione di quanto viene effettivamente realizzato, sviluppano una conoscenza unica degli enti senza finalità di lucro che operano nel loro territorio. Si tratta di informazioni potenzialmente molto utili, ma che non sempre vengono effettivamente trasformate in un sapere che possono efficacemente mettere a disposizione dell’intero privato sociale.
Infine è opportuno ricordare come in Canada, attraverso il programma Vital Signs, le fondazioni di comunità di quel Paese hanno dimostrato di essere in grado di svolgere questa funzione con dei risultati che sono stati considerati estremamente positivi.
Per conseguire questo obiettivo sono però necessari tre passaggi:
- 1. Diffondere le fondazioni di comunità su tutto il territorio nazionale, dato che attualmente sono presenti solo in un numero limitato di realtà;
- 2. Individuare gli indicatori su cui focalizzare l’attenzione e dotarsi degli strumenti per raccogliere i dati e renderli accessibili, sfruttando al massimo quanto già viene fatto;
- 3. Assistere le fondazioni di comunità già esistenti affinché possano svolgere al meglio questo compito.
Il crescente interesse che sta suscitando questo modello fra tanti soggetti pubblici e privati, accanto al fatto che altri enti d’erogazione stiano imparando a sfruttare le potenzialità di queste realtà per perseguire i loro scopi istituzionali, come è recentemente stato dimostrato dalla collaborazione fra la Fondazione Paideia ed alcune fondazioni di comunità per diffondere in diversi territorio il proprio progetto di affido di famiglia, indicano come questi obiettivi non siano impossibili.
Assifero, la cui competenza in materia è riconosciuta sia in Italia che all’estero, è naturalmente disponibile a mettere a disposizione tutto il suo sapere e relazioni per favorire il maggior coordinamento possibile fra questi sforzi onde evitare inutili sprechi, nella consapevolezza che in questo ambito gli scambi e le varie forme di collaborazione si sono sempre rivelati estremamente efficaci. L’esperienza ha infatti mostrato come, per permettere la nascita di struttura complesse come le fondazioni di comunità, non basta mettere a disposizione risorse finanziarie, occorre fornire un’adeguata assistenza tecnica, senza la quale il rischio è quello di sostenere enti che si definiscono fondazioni di comunità solo per poter ottenere i finanziamenti disponibili.














