Gli enti d’erogazione e le organizzazioni di volontariato sono più simili di quanto a prima vista si possa pensare. Entrambi infatti hanno come fine quello di aiutare dei donatori ad erogare risorse, siano esse denaro, tempo, competenze, relazioni o beni e servizi. Si tratta di strutture la cui missione più vera consiste nell’assistere i filantropi e i volontari nel dare il proprio contributo per la costruzione del bene comune. Fondamento per entrambi deve dunque essere cercato nel dono che si esprime in un duplice maniera, sia in termini di motivazione, sia in termini di modalità operativa. Le risorse che queste entità possono erogare sono infatti generate dal dono e il modo attraverso queste realtà perseguono la propria missione particolare è attraverso il dono.
In questo momento storico sia gli enti d’erogazione, sia le organizzazioni di volontariato sono chiamate a svolgere un ruolo sempre più importante nella costruzione della società solidale e sussidiaria che è unanimemente riconosciuta come l’unica alternativa valida ad un stato sociale che non sembra più in grado di perseguire i propri obiettivi. Questa attenzione nasconde però forti rischi di strumentalizzazione e non sono pochi coloro che, in modo più o meno consapevole, vedono nel mondo della filantropia istituzionale e del volontariato una fonte di risorse a basso costo con le quali compensare i tagli nei trasferimenti pubblici.
Una simile involuzione, non solo non sarebbe eticamente corretta, ma rischia di inaridire la fonte delle risorse che permettono a questi enti di operare. Come infatti è già stato accennato, è il dono il motore che muove queste realtà. Ora se c’è una cosa che rischia di generare forti reazioni negative da parte dei donatori è proprio il sentimento di essere sfruttati.
Davanti alle pressioni fortissime di una società in disperata ricerca di risorse, è indispensabile che il mondo della filantropia istituzionale e del volontariato approfondiscano la propria identità. Si tratta, in altri termini, di scoprire se il contributo che questi mondi possono offrire alla nostra società debba essere cercato nelle risorse che esse possono mobilitare e, in tal caso, resistere alla strumentalizzazione diventerebbe quasi impossibile, o se, al contrario, proprio l’approfondimento del concetto stesso di dono possa offrire loro la possibilità di elaborare nuove prospettive.
Ci si sta infatti rendendo conto come in realtà il dono non possa essere ricondotto ad un semplice dovere sociale, ma al contrario possa generare una risposta ad alcuni dei bisogni più profondi e radicati della nostra civiltà, bisogni a cui la società moderna non sembra in grado di dare una risposta adeguata. Si tratta del bisogno di senso che una cultura fondata sulla razionalità formale e sul pensiero strumentale non può soddisfare, di quello di emozioni autentiche che si cerca invano di tamponare con la pubblicità e di quello di relazioni veramente umane perché non strumentali che solo nel dono possono manifestarsi pienamente. In pratica si tratta di capire come sia il dono a rendere veramente umano l’umano e di come sia questa la vera e fondamentale esigenza a cui è necessario dare una risposta se non si vuole che la nostra vita, indipendentemente da tutto il benessere di cui può usufruire, non si trasformi in una perpetua lotta per soddisfare in modo effimero effimeri bisogni, ossia in un vero e proprio inferno da cui è possibile uscire solo attraverso l’uso di un qualche allucinogeno poco importa se naturale o artificiale.
Se questa prospettiva è vera ne consegue che il valore del privato sociale non deve essere cercato nei servizi, pur importantissimi, che esso è in grado di generare. Questi devono essere considerati la conseguenza dell’attività filantropica e solidaristica, non il suo fine, che è invece quello di permettere ai singoli di manifestare la loro dignità. Non si tratta quindi di risolvere i problemi delle nostre comunità, nella consapevolezza di come ogni utopia si trasforma presto nel suo contrario, ma di contribuire a creare una società civile, nella convinzione che tanto più una comunità è civile, tanto più essa sarà in grado di affrontare i suoi problemi, dando concretezza ai principi della solidarietà e della sussidiarietà.
In pratica si tratta di decidere se il problema della società in cui viviamo sia solo un problema di risorse che si tratta di recuperare in attesa di tempi migliori o piuttosto imponga una radicale revisioni dei fondamenti stessi del nostro sistema sociale. Dobbiamo quindi chiedersi se una società considerata come somma di individui che entrano in rapporto per soddisfare le loro reciproche esigenze non debba essere sostituita da una comunità fatta di persone che sono naturalmente in relazioni con gli altri e quindi domandarci se il modo migliore per tutelare la dignità umana sia quella di concentrarsi sui diritti soggettivi o piuttosto quella di difendere e tutelare quelle relazioni le quali, oltre a soddisfare le esigenze più profonde della persona, si rivelano spesso la modalità più efficace ed economica per soddisfare anche le nostre esigenze materiali.
Detto ciò si tratta di individuare soluzioni effettivamente operative che ci possano permettere di perseguire una simile strada e un aiuto può forse venirci dal pragmatismo americano. Negli Stati Uniti, infatti, ci si è chiesti quali fossero le ragioni per cui, malgrado i milioni di dollari utilizzati per finanziare progetti d’utilità sociale, spesso di grande successo, non solo la situazione complessiva non migliori, ma anzi a volte dia l’impressione di peggiorare.
Ci si è quindi resi conto di come la nostra società non sia semplicemente complicata. Noi viviamo infatti in un mondo estremamente complesso. Pensare che la soluzioni dei problemi risieda nell’individuazione di soluzioni tecniche per quanto articolate e raffinate esse possano essere è illusorio, per la semplice ragione che ogni realtà ed ogni momento storico è unico. Inoltre ogni modalità operativa dipende fortemente dalle caratteristiche umane delle persone che sono chiamate a gestirla. Non si tratta quindi di elaborare progetti da replicare in modo automatico su un ampia scala, ma piuttosto quello di valorizzare le risorse di ciascuno, nella consapevolezza che, senza il coinvolgimento e l’impegno di coloro che vivono il problema in prima persona, è illusorio pensare di poter sviluppare delle soluzioni sostenibili ed efficaci.
È poi evidente che viviamo in un mondo in cui tutto è interdipendente. Per questo non sono i singoli progetti, ma le sinergie a fare la differenza. Senza la presenza di una comune cornice di riferimento in cui ciascuno è in grado di operare evitando di ostacolare gli sforzi degli altri, ma cercando di collaborare il più possibile, i successi che ogni ente è in grado di conseguire rischiano di non essere sostenibili e soprattutto difficilmente potranno trasformarsi in un miglioramento sistemico.
Infine, dovrebbe ormai essere chiaro a tutti come, senza fiducia, ogni iniziativa è destinata al fallimento e questo non solo nel mondo del privato sociale. L’economia e la politica hanno infatti un disperato bisogno di fiducia, fiducia che peraltro consumano, ma non sono in grado di generare autonomamente. Ora, non bisogna essere dei fini sociologi per capire che senza relazioni non è possibile generare fiducia e che oggi viviamo in un mondo in cui è spesso estremamente difficile sperimentare, anche le relazioni più normali quali quelle fra vicini di casa. D’altro canto la stessa modalità operativa degli enti d’erogazione spinge spesso gli enti non profit a considerarsi vicendevolmente come dei potenziali concorrenti con cui non è facile stabilire rapporti di mutua collaborazione.
Sulla base di queste considerazioni si sta sviluppando negli Stati Uniti un nuovo approccio che viene definito impatto collettivo. Obiettivo di questa modalità operativa non è l’individuazione di progetti particolarmente interessanti e innovativi, ma piuttosto quello di favorire lo sviluppo di una strategia comune che possa coinvolgere una pluralità di entità provenienti da tutti i settori e disponibili a contribuire al miglioramento del bene comune.
In pratica, questa metodologia parte dalla necessità di individuare un’esigenza comune, sufficientemente ampia per attirare l’interesse di una pluralità di soggetti. Quindi promuovere una riflessione partecipata che abbia come obiettivo quello di articolare e definire tale esigenza, così che possa essere condivisa dai vari soggetti coinvolti.
Quest’elaborazione deve diventare la cornice di riferimento nell’ambito della quale sia poi possibile elaborare diverse strategie in cui ciascuno possa svolgere un ruolo che ne valorizzi le proprie specificità. In questo modo ogni soggetto può inserire il proprio sforzo in un obiettivo più ampio e nel contempo essere a conoscenza di quanto altre entità stanno svolgendo così da poter più facilmente individuare sinergie o evitare frizioni.
Si tratta poi di predisporre indicatori comuni, il cui obiettivo non è quello di misurare la performance dei singoli enti, ma piuttosto quello di fornirsi una bussola che possa aiutare tutti i partecipanti a capire se effettivamente si sta operando nella direzione giusta. Si tratta di un aspetto fondamentale che però deve essere gestito con attenzione, evitando che, concentrandosi troppo sugli obiettivi, si dimentichi di svolgere ciò che è necessario. Si può infatti studiare per imparare e studiare per prendere un buon voto e non è detto che le due modalità siano sempre coerenti l’una con l’altra, per quanto l’esame possa sicuramente essere un utile indicatore per sapere se si conosce la materia.
Infine è indispensabile investire molte risorse ed energie nel favorire la comunicazione da un lato fra tutte le realtà che hanno deciso di partecipare al progetto e dall’altro fra queste e la comunità nel suo complesso. Solo una costante attività in questa direzione può infatti porre le basi per costruire quelle relazioni che possono generare fiducia e collaborazione e attraverso una costante comunicazione con il pubblico è possibile coinvolgerlo e quindi mobilitare quelle energie senza le quali ogni iniziativa è destinata al fallimento.
Da un punto di vista operativo le conseguenze di questo approccio sono sostanzialmente tre:
- Oggi ciò di cui abbiamo più bisogno non sono i progettisti e gli ingegneri sociali, ma i facilitatori. Abbiamo perciò bisogno di persone che abbiano le competenze, anche tecniche, necessarie per aiutare i diversi soggetti a confrontarsi e a dialogare fra di loro, così da creare quei rapporti di conoscenza reciproca che è alla base di ogni vero progresso sociale;
- Chi ha risorse finanziarie da investire nel sociale non deve concentrare le sue energie nella ricerca dei progetti più interessanti, ma dedicarle alla creazione di un’infrastruttura che possa sostenere questo sforzo, nella consapevolezza che, in una società come la nostra, non possiamo più pensare che le relazioni possano svilupparsi spontaneamente, esse sono in realtà un investimento che per realizzarsi ha bisogno di ambiente favorevole che è necessario costruire mobilitando le risorse necessarie;
- Uno dei compiti fondamentali del volontariato diventa quindi proprio quello di coltivare le relazioni. La realizzazione dei progetti e l’erogazione dei servizi deve sempre essere per quanto possibile accompagnata da un impegno volto a valorizzare al massimo la dimensione relazionale, anche a scapito di una perdita di efficienza produttiva nel breve periodo, perdita che peraltro è di norma più che compensata in termini di sostenibilità. Si tratta di un contributo fondamentale per la crescita morale e civile, ma anche economico sociale della nostra comunità e in cui i volontari possono svolgere un ruolo strategico, peraltro di norma coerente con le loro esigenze più profonde.
Si tratta quindi di modificare profondamente l’approccio che spesso caratterizza sia il mondo degli enti d’erogazione che quello delle organizzazioni di volontariato. Ci si deve però chiedere se proprio la presente crisi non ci costringa a fare questo sforzo, permettendoci così di compiere quel salto di qualità di cui la nostra civiltà ha così evidentemente bisogno.
Tags: impatto collettivo, sussidiarietà, volontariato, welfare society













