È comune pensare che compito della filantropia sia quello di ridistribuire la ricchezza generata da altri. In pratica il ragionamento è il seguente: l’impresa crea ricchezza e poi, per diverse ragioni, siano esse etiche, morali, sociali ecc. decide di destinarne una parte per finalità filantropiche e caritatevoli.
La recente evoluzione della filantropia d’impresa, evoluzione a cui Assifero ha dedicato un seminario nel novembre scorso, ci offre però la possibilità di sottoporre ad analisi critica questo luogo comune.
Sono infatti sempre più numerose le imprese che considerano l’attività filantropica quale uno degli strumenti da loro utilizzati per il perseguimento dei fini aziendali, fini che, come ci insegna la recente crisi economica, non possono identificarsi con la massimizzazione del profitto, ma piuttosto devono essere la produzione di valore in modo sostenibile. Obiettivi questi il cui conseguimento genera di norma profitto, il quale però, proprio per questo, deve essere considerato conseguenza e non fine dell’attività imprenditoriale.
In particolare, l’esperienza di questi ultimi anni indica come le aziende considerano la filantropia una delle modalità più efficaci per attirare, conservare e motivare quelli che, in una società avanzata, sono i fattori produttivi più importanti e strategici per il successo di ogni impresa: le risorse umane.
Se questo fosse vero, e proprio la mentalità pragmatica delle aziende americane che le spinge sempre a sperimentare ciò che funziona è una garanzia che lo sia, ciò avrebbe delle ripercussioni molto rilevanti sulla teoria economica, teoria peraltro i cui limiti si stanno dimostrando sempre più evidenti, oltre che sul modo stesso di operare del privato sociale in generale e della filantropia istituzionale in particolare.
Innanzitutto ciò metterebbe in crisi il modello dell’uomo economico, tutto impegnato nel soddisfare le proprie utilità marginali. Se l’esperienza ci permette di riscoprire l’importanza delle motivazioni morali nello sviluppo dell’attività economica, allora una teoria che queste motivazioni non considera o considera solo in modo marginale, si condanna necessariamente a ignorare una fonte d’energia in grado di moltiplicare la produttività della nostra società, con conseguenze negative enormi, anche in termini di crescita della produttività.
In secondo luogo, tutto ciò mostra come categorie così spesso utilizzate per interpretare il reale, come quelle di egoismo e altruismo, siano in realtà dei ferri spuntati, incapaci di comprendere tutti quei comportamenti, e sono tanti, in cui interesse personale e interesse comune si confondono e in cui sacrificio e gioia sono profondamente legati fra loro. In pratica tutto ciò ci impone la necessità di riscoprire concetti per lungo tempo banditi dalla cultura ufficiale, ma così profondamente radicati nella coscienza di ogni uomo, quali quelli di vero e falso, di giusto e ingiusto, come i soli in grado di descrivere il comportamento umano in termini realmente umani.
Infine, l’approfondimento di queste esperienze potrebbe aiutarci a dimostrare come il privato sociale non debba limitarsi ad essere il palliativo con cui cercare di compensare i fallimenti dello stato e del mercato e non sia neppure solamente il lievito in grado di generare quel capitale sociale di cui sia il libero mercato che le istituzioni democratiche hanno un così evidente e disperato bisogno; esso infatti può rivelarsi un importantissimo catalizzatore capace di liberare le energie presenti in ogni uomo, con conseguenze neppure immaginabili per lo sviluppo della nostra civiltà.
In un momento di profonde difficoltà e di grande sconforto morale, in cui la nostra esistenza sembra priva di speranze e prospettive, il verificare la possibilità di questa prospettiva dovrebbe essere considerato un dovere ineludibile per la filantropia istituzionale, la quale dovrebbe cercare di sfruttare al meglio le proprie potenzialità per rendere consapevole l’intera società di questa opportunità, mettere a disposizione di tutti gli strumenti pratici attraverso i quali vivere concretamente questa dimensione e, nel contempo, ricordare a tutti che condizione perché ciò possa funzionare è il rifiuto di ogni approccio strumentale. Un suo utilizzo strumentale finirebbe infatti necessariamente per inaridire questa fonte inesauribile d’energia, perché trasformerebbe presto l’entusiasmo di chi sa di contribuire a qualcosa di bello nel cinismo di non crede più in niente ed in nessuno.













