È diffuso fra gli enti d’erogazione il sentimento di essere trattati come dei semplici bancomat e questo genera una comprensibile frustrazione. D’altro lato però è vero che quando essi stessi devono descriversi, di norma, la prima informazione che forniscono è il volume delle proprie erogazioni. La ragione di questa sorte di schizofrenia nasce probabilmente dal fatto che non è ancora chiaro, neppure all’interno del mondo della filantropia istituzionale, quale effettivamente sia il proprio valore aggiunto e quali siano gli indicatori che possono essere utilizzati per verificarne il suo perseguimento.
Iniziare una riflessione su questi aspetti è fondamentale non solo per mostrare appunto come gli enti d’erogazione non siano dei semplici bancomat, ma anche per evitare che gli effetti delle propri erogazioni si rivelino controproducenti, come purtroppo a volte accade, per imparare a sfruttare al meglio le proprie potenzialità e per capire quale sia il giusto rapporto fra le risorse destinate all’attività erogativa e quelle che, invece, è opportuno gestire direttamente.
In un momento storico molto complesso e delicato, in cui è indispensabile individuare modalità con le quali sostituire uno stato sociale ormai manifestamente inadeguato con una società solidale e sussidiaria gli enti d’erogazione potrebbero essere chiamati a svolgere un ruolo strategico. Se però vogliono cogliere questa opportunità è indispensabile iniziare una riflessione rigorosa su quello che è il vero valore aggiunto che essi possono fornire a quelli che sono i tre principali loro pubblici di riferimento: i donatori, gli enti che ricevono i loro contributi e la società nel suo complesso.
Naturalmente non si parte da zero e sono numerose e qualificate le riflessioni sul ruolo che gli enti d’erogazione possono svolgere, ma non sempre queste analisi si sono trasformate in indicazioni realmente operative e raramente sono stati elaborati indicatori che possano essere utilizzati per mostrare come tale valore aggiunto sia effettivamente stato perseguito e conseguito dall’attività di questi enti.
Per questo Assifero intende stimolare una riflessione che abbia come primo passaggio quello di raccogliere idee e suggerimenti su quale possa essere tale valore aggiunto, nella consapevolezza che esso potrà essere profondamente diverso nelle diverse realtà che fanno parte di questo composito mondo e quindi iniziare una riflessione volta ad individuare sia indicatori adeguati, sia modalità concrete attraverso le quali questi indicatori potranno essere implementati nell’esperienza quotidiana di questi enti.
Ogni contributo, suggerimento, indicazione, anche il meno probabile, sarà quindi ben accetto e analizzato con attenzione al fine di verificarne la sua reale applicabilità.
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come sempre, Bernardino Casadei lancia temi di riflessione, intelligenti e importanti. Grazie della provocazione. La mia riflessione è opportunamente breve e indica due ordini di problemi:
1 – il nonprofit va “alla cerca”, senza criterio e molte volte senza grossa professionalità. Tranne le grandi (e in alcuni casi le medio-grandi) le organizzazioni nonprofit “ci provano” e sperano che la domanda abbia un esito positivo. Questo esattamente il contrario rispetto a quanto ci diceva, nell’utile web conference sulle erogazioni di qualche mese fa organizzata da assifero, ma soprattutto è un gigantesto spreco di energie.
2 – Le fondazioni queste sconosciute. Assifero sta facendo un lavoro meritorio e culturalmente importantissimo. Non esisteva nulla prima di Assifero in Italia che cercasse di far fare un passo di coscienza e di promozione di se stesse alle Fondazioni di erogazione. Nella maggior parte dei casi le fondazioni dicono di se stesse: “ma se faccio molta pubblicità, poi sono sommerso dalle domande e come le gestisco?”. Che è la domanda sbagliata.
Due proposte operative:
1 – annuario delle fondazioni, sulla base dei modelli esteri
2 – obbligo di co-finanziamento “reale” in qualunque erogazione
3 – maggiore attenzione al finanziamento delle azioni di fundraising, piuttosto che ai progetti. Oggi in Italia 20 centesimi spesi nel fundraising producono 80 centesimi di utile. Sono i soldi meglio spesi in quanto sono lievito e moltiplicatore, che è secondo me uno degli obiettivi del sistema fondazioni.
Sono poche righe, in un lunedi’ mattina, che per molti è il rientro da queste lunghe vacanze. Grazie Bernardino di aver creato un luogo attraverso cui discutere. Saluti (Valerio Melandri, Università di Bologna, Direttore Master in Fundraising)
Grazie Bernardino per aver aperto questo dibattito. Con l’intervento di Valerio Melandri si entra subito nel merito.
Come presidente di una cooperativa sociale e di un’associazione di volontariato la prima percezione che si ha nel contattare le fondazioni è quella della diffidenza. Sembra di vedere scritto in fronte ai nostri interlocutori:”Vediamo se sei una bufala”
Nela maggior parte dei casi ho la sensazione che si creda più alle carte, “della serie le carte cantano” più che a una verifica vera del progetto andando ad esempio a vedere e monitorare sul posto gli indicatori di evidenza “scientifica” dei risultati. Mi sono trovato ad esempio alla fine di un progetto impegnativo che ha raggiunto risultati importanti, alcuni nemmeno previsti in tempi così brevi, ma con nessun feedback da parte della Fondazione erogatrice, se non il pagamento.
Con questo voglio dire che l’attenzione alla relazione vera tra richiedente ed erogante è a mio avviso molto importante e può migliorare addiritura i risultati dei progetti.
Come intervenire in questi casi? Proviamo a pensare a delle proposte.
Intanto, rispondendo a Valerio dico: perchè non destinare una parte di fondi a voucher di consulenza di fund raising agli enti del terzo settore medio-piccoli? Anche nel terzo settore la piccola e media Onlus è una realtà importante direbbe il Censis.
Che ne dite? grazie a saluti, Alberto Terzi
Grazie della riflessione è importante. Credo che a monte, entrambi i soggetti (fondazioni e non profit) debbano fare un salto culturale e soprattutto di riflessione sulla proprià identità. Le prime non comprendono a fondo quanto nel nuovo welfare abbiamo un ruolo strategico, i secondi fanno fatica ad accettare profondamente il ruolo strategico dei primi. Manca dialettica. Credo che sia importante per alcune Fondazioni scegliere in via privilegiata o alcuni Territori o alcune Tematiche e su queste co-costruire politiche di intervento, favorendo in questo modo la conoscenza dei soggetti operanti e promuovendone la conoscenza reciproca. Per il Terzo Settore serve sicuramente una mentalità nuova, distaccata da una mal percepita “Funzione Pubblica” che alle volte è a mezza via tra un Sindacato e un Ministero. Nel mio piccolo sto cercando una modalità di incontro… magari coinvolgendo le rappresentanze degli imprenditori. Perchè i mancati trasferiemnti dallo Stato alle Regioni lasceranno sul terreno moltissimi bisogni a cui nessuno potrà dare risposte in solitudine.
Cristina Dragonetti
Presidente Coop Sociale Minerva