Il ruolo della filantropia istituzionale: welfare state e privato sociale

Davanti alla difficoltà che contraddistinguono lo stato sociale, sono in molti a considerare indispensabile lo sviluppo di una società solidale e sussidiaria.

Spesso ciò si traduce nel cercare nelle organizzazioni della società civile delle realtà che possano in qualche modo supplire alle deficienze delle pubbliche amministrazioni, obiettivo che si spera di raggiungere grazie alla loro capacità di mobilitare risorse aggiuntive e ad una flessibilità che permette loro di dare una risposta a bisogni che altrimenti rimarrebbero inevasi. In questa prospettiva il ruolo della filantropia istituzionale dovrebbe essere quella di sviluppare le capacità operative degli enti del terzo settore così da aiutarli ad aumentare la loro efficienza ed efficacia.

I bisogni sono tanti e in aumento, le risorse sono poche e bisogna quindi imparare a fare di più con meno, questa è la logica stringente che sembra legittimare questo approccio, peraltro dominante, che però implica una radicale inversione del principio di sussidiarietà, il quale stabilisce come sia lo stato a dover intervenire là dove la società non ce la fa e non il contrario, come invece questa prospettiva di fatto stabilisce.

Bisogna poi chiedersi se una strategia che si limitasse rafforzare la capacità di erogare servizi, non finisca per snaturare questo mondo, trasformandolo in un settore parapubblico che si sviluppa in quanto è in grado di risparmiare sul costo del lavoro, permettendo così agli enti locali di esternalizzare servizi. È infatti evidente come una simile involuzione rischia, non solo di avere un effetto devastante sul privato sociale, ma anche di allontanare da questa esperienza coloro che si avvicinano ad essa mossi dal desiderio di donare. Nessuno infatti, e tanto meno un donatore, vuole essere strumentalizzato, ma, in una simile prospettiva, diventerebbe difficile evitare l’impressione che proprio di strumentalizzazione si sta parlando.

È poi necessario chiedersi se i servizi che il privato sociale genera debbano essere considerati il fine di queste organizzazioni o piuttosto una conseguenza, certo importantissima, ma pur sempre una conseguenza di un agire il cui fine debba essere cercato in una funzione sociale che li trascende: permettere ai cittadini di contribuire concretamente alla definizione e realizzazione del bene comune. La crisi attuale delle istituzioni mostra infatti come la democrazia non possa fondarsi su una società fatta di elettori/contribuenti, ma ha un disperato bisogno di persone che, senza necessariamente impegnarsi nei partiti politici, possa dare il proprio contributo alla gestione della cosa pubblica e queste persone, per poter operare hanno, soprattutto in una società complessa come la nostra, bisogno di formazioni sociali, senza le quali non potrebbe che sentirsi impotente per poi rifugiarsi nel proprio particulare.

Se queste intuizioni fossero esatte, un approccio tutto volto ad aumentare l’efficacia e l’efficienza delle non profit, rischierebbe non solo di essere miope, in quanto non potrebbe che allontanare le persone migliori, ma finirebbe per privare la nostra collettività del contributo più importante che il privato sociale può offrirci, ossia una modalità per essere dei veri cittadini.

È necessario che il mondo della filantropia istituzionale si interroghi su questi aspetti se non vuole rendersi complice di un processo che ha già generato importanti fenomeni degenerativi. Il concentrarsi su progetti, invece che sulla missione dell’organizzazione che riceve i contributi, e il focalizzare gli indicatori di successo sul numero e la qualità dei servizi erogati, rischiano infatti di avere, nel lungo periodo, delle conseguenze molto negative per il privato sociale. In altre parole ci si deve chiedere se il ruolo della filantropia istituzionale non debba essere, da un lato, quello di cercare di proteggere il privato sociale dai tentativi di strumentalizzazione e, dall’altro, di evitare che, la pur necessaria introduzione di modalità volte a favorire la crescita delle capacità gestionali degli enti, avvenga a scapito della dignità delle persone che vi operano, nella consapevolezza che solo il rispetto di questa dimensione può garantire la loro sostenibilità e porre le basi di quella società solidale e sussidiaria di cui tutti sentono il bisogno.

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2 commenti

  1. Condivido pienamente le tue riflessioni, Bernardino.
    Il volontariato deve rimanere tale anche a rischio di essere poco efficiente.
    L’importante è la presenza sul territorio, da pari nella società civile e offrendo la possibilità a tutti di esercitare la ‘gratuità’, il gesto del dono, che vede e riconosce l’altro e il suo bisogno contingente.
    Buon lavoro.
    Sergio Grazioli
    presidente Dimensione Cultura – pensare per agire

  2. Il semble que vous soyez un expert dans ce domaine, vos remarques sont tres interessantes, merci.

    - Daniel

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