La crisi finanziaria spinge un numero crescente di amministrazioni a guardare con attenzione al terzo settore in generale e al mondo della filantropia in particolare. A volte si ha l’impressione che questa ricerca di collaborazione sia strumentale: davanti alla ristrettezze di bilancio si cerca qualcuno che possa mobilitare quelle risorse di cui l’ente pubblico non dispone più, generando così una sorta di parastato con cui si cerca di offrire quei servizi di cui la collettività ha un sempre crescente bisogno. Una simile evoluzione, o forse sarebbe più opportuno chiamare involuzione, è estremamente pericolosa per il privato sociale che rischia così di perdere la propria identità e di trasformarsi in un mero erogatore di servizi a costi e garanzie più bassi.
D’altro canto questo rinnovato interesse da parte delle istituzioni per il terzo settore è un grande opportunità per promuovere concretamente quella sussidiarietà di cui tutti parlano, ma che ancora non si è espressa compiutamente. È quindi molto importante iniziare a riflettere sulle modalità che è opportuno sviluppare per evitare che la collaborazione si trasformi in strumentalizzazione.
Gli enti d’erogazione possono svolgere un ruolo fondamentale nello sviluppo di questa riflessione. Mentre la maggior parte degli enti senza finalità di lucro, avendo spesso risorse estremamente limitate ed essendo perciò in disperata ricerca di finanziamenti, non sempre è in grado di resistere alle pressioni di chi in qualche modo stringe i cordoni della borsa, gli enti d’erogazione sono finanziariamente indipendenti e quindi possono sedersi al tavolo con le istituzioni da una posizione di forza, il che naturalmente non deve spingerli ad essere arroganti o a pretendere di conoscere la soluzione ai problemi meglio di coloro che li vivono quotidianamente sulla loro pelle, malattia questa che è purtroppo abbastanza diffusa fra i soggetti grant-making.
La domanda che gli enti d’erogazione dovrebbero porre ai funzionari pubblici, ma anche e soprattutto a se stessi, al momento di stipulare una partnership con le amministrazioni siano esse locali o nazionali, dovrebbe, a mio avviso, essere la seguente: come questo progetto, al di là dell’impatto che potrà avere nel risolvere un particolare problema, contribuisce al rafforzamento della società civile e alla concreta affermazione dei principi di sussidiarietà, principi peraltro costituzionalmente garantiti? Si tratta, in altri termini, di chiedersi se nel progetto il ruolo delle istituzioni e degli stessi enti d’erogazione è quello di aiutare i cittadini a realizzare ciò che essi ritengono giusto o se invece l’iniziativa cerca di sfruttare le energie che la comunità è in grado di mobilitare per conseguire i propri obiettivi. Ossia è la comunità al servizio delle istituzioni, come oggi troppo spesso accade, o sono piuttosto quest’ultime a servizio della comunità?
Oggi la vera sfida per tutti coloro che vogliono perseguire il bene comune non deve, a mio avviso, essere cercata nel trovare soluzioni concrete per i tanti problemi che affliggono la nostra società, ma piuttosto nel rafforzare quel capitale di civiltà che è presente in ogni persona degna di questo nome e che si manifesta poi concretamente nella capacità di migliorare realmente e quotidianamente la vita delle nostre comunità.
Cosa gli enti d’erogazione debbano fare per operare in questa direzione non è semplice da dirsi, ma certo un approccio basato esclusivamente sugli output e gli outcome rischia di non portarci molto lontano. Proprio come la massimizzazione del profitto ad ogni costo ha finito col generare una delle più gravi crisi economiche della storia, così è necessario promuovere una riflessione che permetta di riconoscere come i risultati misurabili dell’attività erogativa non sono il fine, ma solo una necessaria condizione di quello che dovrebbe esserne l’obiettivo ultimo, ossia la promozione della dignità della persona umana, promozione che, a causa della natura infinta del suo oggetto, non potrà mai essere ridotta ad una matrice, indipendentemente dal grado di sofisticazione e di complessità di quest’ultima.
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