Le fondazioni di comunità: i bamboccioni della filantropia istituzionale in Italia?

In Italia, a differenza di quanto è accaduto in altri Paesi, la maggior parte delle fondazioni di comunità è sorta grazie all’intervento di altre fondazioni. È quindi abbastanza comune chiamare queste ultime come mamme, mamme verso le quali dovremo essere sempre riconoscenti data l’importanza di questi investimenti nel favorire la creazione di un’infrastruttura filantropica in grado di contribuire alla crescita non solo morale e civile, ma anche economica e sociale delle nostre comunità.

Esiste però anche il rischio di trasformare le fondazioni di comunità nei bamboccioni della filantropia istituzionale del nostro Paese. Le fondazioni promotrici, da brave mamme italiane, sono attente e premurose nei confronti della loro prole, pronte a coglierne ed anticiparne i bisogni. Certo con questo non si vuole dire che tollerino tutto e in realtà prestano giustamente una particolare attenzione a verificare che le risorse da loro erogate non vengano sprecate o distolte dalle loro finalità, ma non sempre operano con quella severità che è necessaria per garantire quel processo di crescita ed emancipazione che solo potrà trasformare le fondazioni di comunità da figli bisognosi di aiuto, in partner con cui collaborare. Per questo oggi le fondazioni di comunità italiane, più che di mamme hanno forse bisogno di allenatori che, con il loro rigore e la necessaria severità, possano veramente aiutarle a sfruttare al meglio le proprie potenzialità.

Paradossalmente i contributi che vengono erogati attraverso le fondazioni di comunità, se non sono accompagnati da vincoli che impongano a queste ultime degli specifici obiettivi di crescita, rischiano di essere un ostacolo allo sviluppo del settore in quanto possono favorire dei comportamenti passivi e, a volte, finiscono col privarle dei mezzi per resistere a tentativi di strumentalizzazione, sempre possibili quando si distribuiscono fondi per finalità d’utilità sociale.

Chiunque voglia promuovere una fondazione di comunità deve quindi essere consapevole che non basta mettere a disposizione risorse ed assistenza, occorre anche imporre obiettivi con relativi sanzioni e premi. Certo questi obiettivi non devono essere necessariamente calati dall’alto, ma possono essere diversi in funzione delle specifiche priorità e concordati assieme ai responsabili delle singole fondazioni: i consiglieri non partecipano o hanno un atteggiamento strumentale, ebbene si può stabilire che il contributo del promotore sia subordinato al fatto che tutti i consiglieri siano donatori, condizione peraltro comune in molti Paesi; oppure, si vuole favorire la professionalizzazione e l’autonomia gestionale dell’ente, ebbene si può decidere che il contributo in conto gestione sarà subordinato alla capacità delle fondazione locale di raccogliere altrettante risorse per analoga finalità; e così via con il solo limite della propria fantasia.

Naturalmente si possono anche favorire processi di emulazione, diffondendo tempestivamente i dati relativi alle singole fondazioni ed eventualmente premiando i comportamenti più virtuosi, stando naturalmente attenti a non disincentivare quella disponibilità a collaborare e quella volontà di condividere le proprie esperienze che è uno degli aspetti più caratteristici della filantropia di comunità e che ha potuto svilupparsi anche grazie all’assenza di competizione diretta fra le diverse fondazioni.

Le fondazioni di comunità sono il settore in più rapida crescita della filantropia istituzionale nel mondo. L’Italia, grazie al contributo di importanti fondazioni che se ne sono fatte promotrici, sta acquisendo un ruolo di leadership in questo ambito, ma proprio per questo è necessario porsi dei traguardi sempre più ambiziosi ed evitare che, per troppo amore, questi figli diventino dei bamboccioni.

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