Perché valutare?

La valutazione è un’attività di cui molto si discute all’interno della filantropia, ma è anche uno di quelle attività che tutti dicono che sarebbe giusto fare, ma che non sempre viene concretamente realizzata. Al di là dell’approccio un po’ semplicista di chi vorrebbe ottenere dalla valutazione delle indicazioni rigorose e scientifiche su come dovrebbe erogare i propri contributi, è opportuno chiedersi quale possa essere la vera finalità di questa attività.

Molto spesso la valutazione è vissuta come una forma di rendicontazione più approfondita. L’obiettivo è quello di raccogliere informazioni sull’impatto di uno o più contributi. È normale e corretto che chi ha la responsabilità di un ente d’erogazione si chieda cosa sia stato possibile conseguire grazie al proprio intervento, ma bisogna riconoscere come molto spesso queste analisi si trasformano in rapporti che finiscono presto dimenticati in qualche cassetto e sarebbe forse opportuno chiedersi se questo sia il modo migliore di spendere le risorse, spesso ingenti, sia in termini di compensi per i valutatori, ma soprattutto di tempo da parte dei soggetti beneficiari, che tali attività implicano. In altri termini a volte bisognerebbe veramente fare la valutazione della valutazione e chiedersi quale sia il suo reale valore aggiunto.

Un’altra idea che sta alla base delle pratiche valutative è quella che vede negli enti d’erogazione i soggetti che sono in grado di scoprire nuove soluzioni per risolvere specifici problemi sociali, le testano su una scala ridotta con l’obiettivo di dimostrare l’efficacia di tali interventi e quindi lasciano ad altri, di norma al soggetto pubblico, il compito di estendere tali soluzioni ai potenziali beneficiari. In questa prospettiva è evidente l’importanza di una buona valutazione, senza la quale sarebbe impossibile illustrare l’efficacia della soluzione individuata. Bisogna però essere consapevoli di come questo processo raramente riesca a concretizzarsi, soprattutto in un periodo come l’attuale, in cui la crisi dello stato sociale spinge le pubbliche istituzioni a ridurre il proprio intervento. Del resto l’esperienza quotidiana sembra indicare come fra i fattori che influenzano le politiche pubbliche, non sempre la corretta conoscenza delle conseguenze delle diverse alternativa svolge il ruolo che ci si aspetterebbe.

La coscienza di questi limiti sta spingendo un numero crescente di fondazioni a modificare il loro approccio. Ci si domanda sempre di meno quale sia stato l’impatto delle proprie erogazioni, per chiedersi invece cosa si debba fare per aumentare la propria efficacia. La variabile tempo diventa sempre più rilevante. Le informazioni che l’attività valutativa è in grado di generare devono essere semplici e soprattutto devono arrivare ai soggetti interessati quando questi ne hanno bisogno per poter prendere le decisioni di cui sono responsabili. Che importanza può avere sapere dopo cinque anni, quando orami le condizioni socio economiche sono profondamente diverse, se un approccio è stato efficace o meno? Quello di cui i responsabili degli enti d’erogazione hanno bisogno è di sapere quale sia l’approccio che in questo momento può rivelarsi il più adatto.

Il rischio però di questo approccio è necessariamente quello di essere un po’ semplicistico. Ci si deve infatti concentrare su un numero ridotto di indicatori di successo, per organizzare la propria attività in funzione di essi. Ora proprio l’attuale crisi economica ci ricorda i rischi di questa impostazione. Si finisce infatti per studiare per l’esame e non  per imparare la materia e si arriva al paradosso dei manager che ricevono il premio di produzione in quanto hanno conseguito gli obiettivi assegnati, anche se poi, con il loro comportamento, hanno portato al fallimento dell’azienda.

Con questo non si vuole affatto negare l’importanza e la stessa fecondità degli approcci alla valutazione che l’esperienza d’oltre oceano ci può portare. Del resto Assifero organizzerà il 16 giugno un seminario via web proprio per imparare a conoscere queste modalità operative.

Forse però, prima di chiederci cosa e come valutare, sarebbe necessario domandarsi quale sia il fine della filantropia istituzionale. La risposta più comune è quella che vede nella filantropia uno strumento per cambiare il mondo e per cercare di risolvere i problemi dell’umanità cercando di eliminarne le cause alla radice.

Personalmente dubito che questo sia l’approccio più corretto. Non solo perché le risorse di cui dispone la filantropia sono spesso irrisorie, ma anche e soprattutto perché, al di là delle risorse che si è in grado di mobilitare, non possiamo mai illuderci di eliminare il male, la cui fonte non si trova nelle contraddizioni sociali, ma si nasconde nel cuore di ogni persona. La storia delle illusioni del nostro continente degli ultimi due secoli è lì a mostrarcelo.

Per questo personalmente sono convinto che il compito della filantropia non sia quello di risolvere i problemi dell’umanità, ma piuttosto quello di aiutare le persone a testimoniare i valori in cui credono, nella convinzione che i frutti, quando arriveranno, non saranno il fine, ma, più semplicemente, la conseguenza del nostro operare. Questo significa che la valutazione dovrebbe aiutarci a capire se come enti erogatori stiamo effettivamente lavorando a regola d’arte, come gli artigiani di un tempo che spesso rinunciavano a massimizzare il profitto per potersi godere la soddisfazione di chi sa di aver realizzato un lavoro ben fatto.

Tags: , ,

Lascia un commento