Le più elementari nozioni di epistemologia ci ricordano che ogni interpretazione del reale si fonda su alcuni presupposti non problematizzati. Si tratta quindi di una condizione normale e sicuramente non patologica, ma è importante cercare di cogliere quali siano questi presupposti per capire quali sono le vere potenzialità dell’attuale governo, al di là delle competenze e della buona fede dei singoli Ministri.
Proprio in quanto governo tecnico, la sua caratteristica principale consiste nel pensare che i problemi della nostra società siano sostanzialmente tecnici, ossia risolvibili aumentando l’efficienza operativa. Non si tratta di modificare paradigma, di proporre una nuova visione politica, cosa che peraltro i movimenti politici non sono stati capaci di elaborare, ma di eliminare gli sprechi e le inefficienze del sistema.
Da questo punto di vista appare evidente come alla base dell’impostazione di questo governo ci sia quella che alcuni studiosi hanno chiamato l’ideologia lib-lab, ossia l’idea che la piena efficienza del sistema sia frutto del giusto equilibrio fra principi del liberalismo e quelli del socialismo, cioè fra automatismi del mercato e intervento pubblico. Quindi bisogna liberalizzare e nel contempo rendere più efficiente la macchina pubblica combattendo corruzione e sprechi.
In questa prospettiva il terzo settore viene appunto terzo, dopo gli altri due. Si tratta di un succedaneo temporaneo con cui tamponare alcune falle del sistema in attesa che una rinnovata efficienza lo renda superfluo e lo riconduca alla sfera puramente privata della vita dei singoli cittadini. Quindi certo bisogna elogiarlo, eventualmente utilizzarlo in via temporanea ma non considerarlo quale fondamento stabile della nostra società.
Conseguenza logica di questa prospettiva è il mancato finanziamento del servizio civile e soprattutto l’abrogazione dell’Agenzia del Terzo Settore, atto che non ha permesso di risparmiare un centesimo ed anzi impedirà di mobilitare quelle risorse aggiuntive di natura privata che avrebbero potuto sostenere le sue funzioni, ma che certamente non andranno mai a finanziare un dipartimento del Ministero del Welfare.
In una prospettiva che vede il privato sociale come un mero succedaneo queste decisioni sono corrette, ma è forse opportuno domandarsi se, dopo tutte le riflessioni sul valore del capitale sociale come condizione per la crescita, anche economica, della nostra società, l’approccio che vede la soluzione dei nostri problemi sociali nella mera composizione di stato e mercato sia veramente efficace. Le difficoltà che stanno incontrando tanti altri Paesi che certo godono di un’amministrazione più efficiente della nostra e di un mercato meno bloccato di quello italiano, ci dovrebbero far riflettere. Non vorrei che, dopo aver fatto portare in tribunale i libri di tante imprese, il metodo McKinsey si incaricasse di far fallire, anche gli stati nazionali.
La riscoperta del principio di sussidiarietà che vede la società civile fondamento dello stato e del mercato, dovrebbe forse consigliare un altro approccio, ma per questo bisognerebbe avere il coraggio di ripensare criticamente i presupposti che sono alla base del pensiero oggi dominante e nel contempo riscoprire il valore, anche economico e sociale, oltre che morale e civile del dono. La speranza è che la filantropia istituzionale possa svolgere un ruolo importante in questa direzione e non limiti se stessa al mero finanziamento di iniziative che, per quanto importanti, non possono che essere marginali in una società che fa della razionalità formale e del pensiero strumentale l’unico paradigma universalmente valido con le conseguenze disumanizzanti che sono sotto gli occhi di tutti.














